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Free Burma!
venerdì, 05 ottobre 2007

Quei rubini rossi del sangue operaio

I mercanti di Bangkok mostrano orgogliosi le proprie merci scintillanti: diamanti provenienti dall’Africa, i zaffiri dello Sri Lanka e, naturalmente, i rubini del Myanmar.
Le pietre vengono valutate a seconda della purezza e del colore, ma hanno un sinistro difetto.

Il 90% dei rubini in commercio nel mondo, vengono importati dalla Birmania La giunta militare birmana si affida al commercio di pietre preziose per autofinanziare il regime. I rubini sono tra le gemme più esportate, al punto che si attesta una “produzione” di circa il 90% sul mercato mondiale.

L’interesse internazionale per la brutale repressione ordinata dai generali nei confronti dei dimostranti democratici la scorsa settimana ha incoraggiato l’Unione Europea a considerare la possibile chiusura al commercio di pietre preziose proveniente dal Sud Est asiatico. Bisogna anche tenere presente, la necessità di colmare quella lacuna di carattere interpretativo contenuta nell’atto con cui Washington ha imposto lo stop alle importazioni delle desiderate pietre.
Nel frattempo in Tailandia, dopo vengono trasferite e vendute la maggior parte delle gemme birmane, molti commercianti di pietre preziose, continuano a mantenere stretti rapporti con la giunta: “La gente non è certo felice rispetto a quanto sta succedendo ma non è preoccupata per l’eventuale blocco sull’importazione di rubini”, dice Pornchai Chuenchomlada, presidente dell’Associazione Commercianti di Gemme e Gioielli tailandese.
“Se il regime ha ucciso un numero alto di persone, come accaduto nel 1988, è giusto considerare l’idea di bandire l’importazione della sua principale fonte di finanziamento”.

LA VALLE DEI RUBINI

I media ufficiali nel Paese hanno denunciato la morte di 10 persone a seguito della repressione durante le proteste della scorsa settimana, inclusi i monaci buddisti; ma il bilancio reale delle vittime risulta da fonti indipendenti molto più alto.

La valle dei rubini in Birmania. Nelle miniere di pietre preziose, la condizione ̬ orribile. I generali birmani stimano di aver ottenuto circa 750 milioni di dollari da quando detengono il controllo del commercio di gemme imposto nel 1964. CՏ poi un altissimo numero di preziosi che vengono contrabbandati ai confini della Tailandia e Cina.
Le esposizioni ufficiali, tenute due volte all’anno a Yangon, stanno crescendo in fatto di popolarità. Lo Stato detiene una quota di maggioranza nelle attività di estrazione in Birmania, in particolare nelle attività svolte nella cosiddetta “Valle dei Rubini” (nella foto la cartografia geologica dell'area), l’area montana di Mogok, 200 km a nord di Mandalay, famosa per i suoi rari rubini rosso sangue e zaffiri dal blu intenso, venduti al prezzo di decine di migliaia di dollari.

Ma ai prezzi da capogiro corrisponde l’orribile condizione delle miniere. Debbie Stothard dell’Alternative ASEAN Network in Birmania ha denunciato con la sua organizzazione la somministrazione forzata di droghe agli operai delle miniere per incrementarne la produttività. Le siringhe, utilizzate per più di un’inezione, moltiplicano il rischio di contrarre l’HIV.
“L’eroina viene somministrata agli operai alla fine della giornata lavorativa come ricompensa” denuncia Stothard. “I giovani che entrano le miniere nutrono la speranza di realizzare i propri sogni, ma spesso ne escono cadavere”. Quei rubini sono rossi del sangue degli operai.

IL CAVILLO DELLE SANZIONI AMERICANE

Le coppie che oggi si accingono all’acquisto di pietre preziose finalmente chiedono informazioni sulla provenienza; ciò grazie alle vicende raccontate nel film proiettato nelle sale cinematografiche lo scorso anno “Blood Diamond” il quale ha trattato il tema del commercio di gemme per il finanziamento di conflitti armati.
Tuttavia anche negli anni ’90, allo scoppio della guerra in Sierra Leone, che ha ispirato il film, solo una percentuale tra il 4 ed il 15 % dei diamanti in commercio nel mondo provenivano da quelle zone di guerra.

Brian Leber, un gioielliere americano dell’Illinois, lo scorso hanno ha deciso di non acquistare più le gemme estratte in Birmania. “Credo sia importante andare a dormire con la coscienza pulita” dice il 41 enne promotore de Progetto Assistenziale dei Gioiellieri in Birmania, organizzazione che si occupa della realizzazione di progetti umanitari nel piccolo paese del Sud Est asiatico.

Operai nelle miniere di pietre preziose in Birmania. Vegono drogati forzatamente per aumentare la produttività Sebbene gli USA abbiano introdotto il divieto di importare le gemme dal Myanmar nel 2003, una lacuna interpretativa vanifica, di fatto, l’efficacia del provvedimento. Difatti, si è riusciti a giungere alla conclusione che l’atto permette il taglio delle pietre importate negli USA mentre la lavorazione altrove. In tal modo le gemme acquistate in Birmania vengono passate come grezze quindi non tagliate e fatte entrare negli States.
Leber spera che le violenze della scorsa settimana spingano il governo a rafforzare la portata del provvedimento e gradirebbe che i consumatori evitassero l’acquisto di gemme importate dalla Birmania.

A Bangkok alcuni rivenditori hanno interrotto l’import di pietre preziose dalla Birmania, ma sono ancora tanti quelli che non hanno seguito questa politica. Pornchai Chuenchomlada ribadisce:”Questo è un paese buddista. Mi aspettavo la caduta dei prezzi delle pietre dopo gli attacchi dei militari ai monaci, ma il regime è ipocrita. In Tailandia offriamo i migliori rubini per purezza ed intensità di colore, ma non voglio contribuire al massacro di una nazione”.

Articolo tradotto dal sito web Reuters.com

sabato, 17 giugno 2006

Referendum Costituzionale: le ragioni del NO!

Fate ridere! Questa l’esclamazione che meglio non potrebbe rivolgersi a chi in questi giorni si imperversa sul tema della riforma costituzionale. Su chi annuncia provvedimenti che esulano da contesti democratici. Da chi addirittura promette battaglia al cospetto dell’ONU pur di tornare allo status ante unificazione (“si stava meglio sotto Vienna”).
Esclamazione da rivolgere a chi si arrampica sulla tornata referendaria per tentare di garantirsi un lumicino di credibilità politica dopo tre batoste di fila rimediate alle elezioni politiche ed amministrative. Slogan semplici, di facile presa fra la tanta gente che ha riposto la propria fiducia nei confronti di signori che hanno lasciato il paese economicamente allo sbando, e che grazie alla politica delle grandi opere realizzata attraverso appalti plurimiliardari senza alcun tipo di copertura finanziaria, rischia di fare decine di disoccupati. Lasciando al nuovo esecutivo l’obbligo di trovar risposta alle politiche da circo, da paradiso fiscale, del precedente governo.

Slogan di facile presa per invogliare la gente a confermare una riforma liberticida e limitativa dei fondamentali diritti di libertà.

La campagna elettorale per certi tizi davvero non ha mai fine, mescolando e rimpastando le solite salse: i brogli, il comunismo, ora anche il conservatorismo di chi vorrebbe mantenere lo status quo. Roba da matti.
E adesso vogliono far credere alla gente comune, quella che di tecnicismi giuridici non se ne intende, di poter riuscire a cambiare i problemi del Paese riscrivendo di fatto l’intera Costituzione, la carta per la quale gli italiani hanno messo in gioco la vita. Per quella legge fondamentale che di fatto garantisce le libertà e la tutela dei diritti di cui gode anche l’ultimo dei cittadini. Quando nel 1993 gli elettori vennero chiamati alle urne per votare l’abrogazione o meno del sistema elettorale proporzionale e traghettare l’Italia da quella che venne definita la Prima Repubblica alla Seconda Repubblica, le forze politiche accusavano chi si batteva contro la delegittimazione dei fondamentali organi dello stato di “conservatorismo”, di essere “difensori del vecchio per il nuovo”.
Anche allora gli stessi slogan che tornano attuali con la riforma costituzionale d’oggi: maggiore stabilità dei governi, più efficienza da parte delle essenziali istituzioni dello Stato, riassetto del sistema dei partiti. Il ciclo dei corsi e ricorsi storici trova piena affermazione in quest’ultimo scorcio di campagna pre-referendaria.

Anti ribaltone, stabilità ed efficienza dei governi e degli organi amministrativi. Meno poltrone e meno costi. Frasi fatte, scontate, lette e rilette ma mai concretamente realizzate. Nemmeno nel nuovo testo costituzionale proposto dalla CDL in ossequio ad un partito che raggiunge a malapena il milione di voti, pur di dar sfogo alla propria bramosia di potere e condurre a termine una disastrosa legislatura.

Nessuno però si preoccupa di dire alla gente, che Premierato, maggioranza parlamentare obbligatoria che sostenga il governo, abolizione del “controllo di legittimità” del Presidente della Repubblica sui disegni di legge dell’esecutivo, permetteranno ai premier di presentare e far passare senza alcun tipo di ostacolo leggi liberticide e limitative dei fondamentali diritti costituzionalmente garantiti.

Nessuno dice che è vero, il numero delle poltrone è stato ridotto ma non sarà questo l’espediente necessario a superare le lungaggini parlamentari. Visto che gli onorevoli deputati e senatori debbono entrare in commissioni parlamentari che si occupano dell’esame preventivo dei progetti di legge.
E ciò al Senato, per il ristretto numero di componenti crea problemi per quel che riguarda la composizione delle stesse commissioni, in maniera particolare per la presenza delle forze numericamente in minoranza; il regolamento camerale infatti, impone la composizione delle commissioni in proporzione di tutti i gruppi parlamentari di Palazzo Madama.

Ci si dimentica di dire che la sfiducia costruttiva posta nei termini descritti dalla riforma, permetterebbe ad un governo di realizzare il proprio programma e portare avanti le proprie leggi in modo autoritario, grazie all’obbligatorio premio di maggioranza, anche nel caso in cui l’intera opinione pubblica abbia ormai sfiduciato l’esecutivo e la sua condotta. E così Premier e ministri rimarrebbero in carica e nel pieno delle funzioni con il solo appoggio della propria maggioranza mentre attorno ad essi soltanto terra bruciata.

Nascosta è la vicenda relativa alla serrata casta politica che potrebbe crearsi in quello che sarà il Senato Federale della Repubblica: la riforma prevede l’elezione dei rappresentanti di Palazzo Madama contestualmente ai Consigli Regionali, per cui essi risulteranno intercambiabili ad ogni nuova elezione in seno alle singole Regioni, per ciò determinando inevitabili lungaggini per l’emanazione delle leggi che riguardano le competenze di questi enti territoriali.
Contravvenendo di fatto al principio dell’efficienza delle istituzioni sbandierato dalla Lega.
Cosa assai più grave, e che viola il principio d’uguaglianza disposto all’articolo 3 dell’attuale Costituzione, è che potranno essere nominati membri del Senato esclusivamente soggetti che abbiano già ricoperto cariche istituzionali nelle Regioni di provenienza. Legittimando di fatto, il sistema delle clientele e delle dinastie familiari nella politica nazionale.

Non si sottolinea la eccessiva politicizzazione della Corte Costituzionale che, ormai posta anch’essa sotto lo scacco dei partiti, potrebbe esprimere pareri inverosimilmente favorevoli per leggi limitative dei fondamentali principi sanciti dalla Costituzione, delegittimando in tutto la fonde delle fonti normative dello Stato. Con il rischio di cadere effettivamente in politiche di regime.

Si sbandiera l’estremizzazione dell’autonomia regionale quale ultimo grimaldello per far saltare le imposizioni di “Roma ladrona”. Dimenticando di rilevare che il federalismo, nel senso leghista del termine, creerebbe 20 diversi sistemi sanitari, scolastici, e di pubblica sicurezza. Frammentando ulteriormente le amministrazioni in questi settori, con lo scotto di insopportabili spese sia per le stesse Regioni (maggiormente le più piccole), che per lo Stato centrale.

Il federalismo fiscale è un bluff studiato ad arte. Prima di tutto crea fenomeni di sperequazione fra enti regionali dall’estensione e popolazione minori rispetto a quelle più vaste ed industrializzate.
Una Regione come il Molise, non potrebbe mai, con tutte le imposte incamerate dai versamenti dei propri cittadini garantire alla sanità, all’istruzione, ai servizi di pubblica sicurezza, al trasporto pubblico, la stessa copertura che tali attività hanno in una regione come la Lombardia o il Piemonte.

 

La riscrittura della Costituzione proposta dall CDL riorganizza le funzioni di importanti organi costituzionali lasciando aperti preoccupanti spiragli che limiterebbero comunque l'efficace svolgimento delle attività statali.

C’è chi invoca una nuova Costituzione per governare e per dare maggiore efficienza al Paese. Per tentare di risolvere quei problemi che non sono riusciti a superare in anni di governi strampalati, costruiti sulle logiche del clientelismo e dei giochi di potere. La Costituzione va modificata, non riscritta. Esistono tanti aspetti da rivedere.

E’ emerso il tentativo di svilire le funzioni del capo dello Stato, ma non quello di porre fine all’inspiegabile pratica del controllo sulla validità delle candidature parlamentari da parte di commissioni i cui membri sono gli stessi onorevoli appena eletti. Non hanno avuto il coraggio di porre modifiche tali da garantire maggiore efficienza nel ramo dei rapporti tra la normativa dell’UE e quella interna, affaticando i tempi della Corte Costituzionale nella trattazione dei potenziali contrasti tra i Trattati istitutivi delle comunità europee.
E sottoponendo a tempi sempre più lunghi la giustizia costretta ad attendere prima la risoluzione di controversie tra diritto comunitario e diritto interno, da parte della Corte Europea di Giustizia, e poi semmai dare soluzione ai processi. Questi e tanti altri elementi della carta costituzionale andrebbero rivisti, con i politici seduti ad un tavolo a discutere di problemi seri, che effettivamente limitano l’efficacia e lo svolgimento democratico delle basilari attività del Paese.

Invece intimiditi dalle spinte autonomistiche di forze prive di un effettivo potere politico e portatrici di risentimenti razzisti e xenofobi, si è voluta anche cogliere l’occasione per cucirsi addosso una Costituzione tale da garantirsi il potere per il resto propri giorni.


venerdì, 03 marzo 2006

Si smaterializza il sogno europeista.

L'Unione Europea appare oggi come un crogiuolo di stato privo di identità che concentrano i propri poteri nelle mani di istituzioni centrali prive di una forza capace di coordinare e dare impulso alle prospettive di sviluppo democratico del processo di integrazione

Non abbiamo avuto nemmeno il tempo di assaporarlo che già ce l’hanno portato via.
Il gusto europeista, forse mai nato, si avvia verso il declino? Due pugni nello allo stomaco al gran disegno unitario preconizzato dai suoi padri fondatori in quel di Parigi nel 1951. Da un lato la politica protezionista francese che ha sgambettato le mire espansioniste di Enel; dall’altro “the Honorable Berlusconi” che dall’Intrepid di New York lancia le sue sassate ai ciechi colleghi del vecchio Continente, invocando un mondo American Style.
Senza dimenticare le pugnalate alle spalle assestate dalla mancata ratifica in Paesi fondatori di quello che dovrebbe essere l’apice del sogno Europa, la Costituzione, teorizzato elemento di svolta per il progetto unionista che ci vuole tutti fratelli da Lisbona a Praga, da Londra a Palermo.

Sintomi di un fallimento annunciato? Lo spregiudicato fenomeno globalizzatorio ha posto l’Europa di fronte a due alternative: avvicinarsi con ciò che brulica al di là dell’Atlantico, oppure giocare al “tronista” al centro dei rapporti da Oriente e Occidente.
Oggi l’Unione dei 25 non si flette né da una parte né dall’altra. Manca una chiara posizione nel quadro dei rapporti con gli Stati Uniti, teme di pronunciare parole che potrebbero creare imbarazzi sui grandi temi della politica internazionale.

Di esempi ne avremmo a palate: basta ricordare le divergenze più clamorose sulla guerra in Iraq o, recentemente, sulla vicenda delle “vignette di Satana” per farsi un’idea generale. Sicuro che a rincarare i contrasti, i diversi rapporti costruiti dai singoli Paesi prima dell’avvio del processo di integrazione, che a ben vedere, in realtà sembra tutt’altro che iniziato. Nulla è cambiato.

Le istituzioni comunitarie, a partire dalla triade Commissione, Parlamento, Consiglio dei Ministri europeo fino alla BCE si sono comportate da giudici di questa o quella riforma, minacciando sanzioni a chi non rispetta le regole.
Evidentemente dimenticando la forza di impulso e coordinamento mai attuata e di cui sono stati privati poco a poco gli Stati Membri.

E’ quella odierna un’Europa che ha paura di esporsi, che si nasconde dietro alle azioni e le parole degli altri pur di non compromettersi; che si muove senza timori quando c’è da puntare il dito o condannare ciò che succede al suo interno, particolarmente sui temi del marcato.
Una comunità piegata alle pressioni dei poteri economici forti, prima di tutto le banche, che rischia di creare per la sua inettitudine situazioni sconvenienti nel ventre dei Paesi Membri.
Piegata alle necessità delle lobbies, priva di un’identità solida e che dovrebbe spingerla verso il gran palcoscenico internazionale, ed invece impegnata solo a semplificare le regole del mercato interno e dei rapporti economici.

Il tutto a discapito dei cittadini una volta entusiasti della chimera europeista, allo stato delusi e via via meno coinvolti in scelte che direttamente o indirettamente li riguardano. Rischio maggiore una graduale riduzione dei diritti sociali, sempre più subordinati alle esigenze di bilancio delle particolari realtà statali dettate da Maastricht in poi.
Mentre tutto questo accade, mentre si realizza l’economizzazione dei diritti sociali c’è chi torna al protezionismo stile mezzo secolo fa; c’è chi fa politica autonoma, chi si rifugia sotto le pacche sulle spalle degli alleati americani per conservarsi un piede sull’altra sponda del ponte in caso di crollo.

Fatta l’Europa bisogna fare gli europei! E’ proprio il caso di proiettare verso un orizzonte continentale la celebre espressione garibaldina. Ma allora, a cosa serve l’UE? Davvero solo a corrispondere l’interesse del mercato, per rendere la vita facile ai grandi capitali?

Si prospetta il bisogno di ricercare una propria identità per una Comunità democraticamente inutile ed affiancare alla ragione economica, la ragione dei cittadini e dei lavoratori.
Sarebbe l’ora di muoversi in blocco e smetterla di fare i tanti galli che cantano nel pollaio in cui non si vedrà mai sorgere il sole.