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Free Burma!
sabato, 23 dicembre 2006

Il terrorismo islamico sta vincendo.

Quando si parla di terrorismo, è sempre molto difficile darne una completa definizione a causa delle multiformi manifestazioni che la storia, in specie quella presente, ci racconta. Nella mente comune il terrorismo è oggi quello di matrice islamica, con i suoi Bin Ladena, i kamikadze; quello dell'11 settembre, quello del'11 marzo, quello del 7 luglio e delle apparizioni in pompa magna sui media internazionali.
Una forma nuova di terrorismo, si è detto, estremamente penetrante nelle maglie della società tanto da alterarne gli equilibri.

Perfezionatosi nell'era della comunicazione di massa e della tecnologia informatica, il terrorismo islamico è riuscito attraverso i mezzi indispensabili per la vita del suo nemico giurato Occidente, a superare in pochi anni, i caratteri di un affare di Stato assumento l'aspetto di "affare dello Stato" quindi dell'intera società. Riuscendo a scardinare la sua cortina esterna e modificarne gli assetti.

Assetti non solo ideologici ma anche comportamentali a partire dall'alto fino all'operare e pensare dell'opinine pubblica. I bollettini di guerra quotidiani incrociati al montare delle minacce e soprattutto del passare del tempo senza soluzioni decisive al problema del terrorismo in generale, e in particolare, il conflitto israelo-palestinese, l'Iraq, l'Afghanistan, il nucleare iraniano, diffonde una crescente perdita di fiducia nei confronti dei governi e delle istituzioni statali rivolte a questo genere di problematiche.
Sfociando in atteggiamenti di resa incondizionata.

In nome del multiculturalismo che, per il suo stesso significato dovrebbe tendere all'apertura, alla integrazione e convivenza di rappresentanze, paradossalmente ci si è aperti alla chiusura. Anzi, ad una sorta di alienazione con l'accantonamento dei propri valori in ragione del "non offendere la sensibilità di soggetti portatori di altre esperienze etcnico-culturali".

E il dramma è che clamorose manifestazioni per questa via, sono intestine della nostra società; giungono direttamente da esponenti della nostra civiltà. Come accaduto in Germania con la cancellazione dall'opera tedesca del capolavoro di Beethoven che ritraeva e per certi versi alterava, in forma artistica, aspetti della vita di Maometto.
Oppure l'asilo nel bolzaneto che in ragione di una pur giusta integrazione interculturale ha tolto dalla scaletta della festa di Natale il canto che narrà della nascita di Gesù.

Manifestazioni di reverenza che danno adito alle pretese dei fondamentalisti e, vedi la vicenda degli alberi di Natale a Boston, capi religiosi di altre fedi. Questo è il modo migliore per inorgoglire e compattare i fondamentalisti, compiaciuti per il loro "lodevole" operare con i tragici strumenti di lotta.

Trovare soluzioni al problema è argomento estremamente difficile. Certo, lo scontro armato o verbale non porta a nulla, anzi acuisce i toni. Ma nemmeno battere il terreno della mediazione in tutto e per tutto, è via indicata per una svolta. I fondamentalisti sono rivolti esclusivamente alla pretesa, dell'imposizione incondizionata.

Le manifestazioni incontrollate che portano alcuni, anche istituzioni (non solo in Italia, ma nel mondo) a genuflettersi alle pretese non può che evidenziare il dato che all'attuale stato dell'arte i terroristi stanno vincendo. Mentre da una parte ci si chiede come fermarli, i fondamentalisti continuano ad organizzare le proprie cellule regionali e locali pianificando attacchi all'Occidente: a quel modello di democrazia ispirato dalla laicità dello Stato e del godimento dei diritti da parte di tutti, quale che sia la fede professata.

lunedì, 06 novembre 2006

Sentenza ovvia ma (forse) necessaria.

Una sentenza emotiva che rasenta l’illegalità; è questa la definizione più appropriata, per quella letta con leggera differita in mondovisione dal tribunale speciale iracheno che ha processato Saddam Hussein, imputato per crimini contro l’umanità.

Se dal punto di vista legale, del principio della parità tra accusa e difesa dubbi di grossa portata hanno accompagnato tutto l’iter che si è svolto al tempo record di un anno, dal lato politico le incertezze sono ancora maggiori.

La pena capitale comminata all’ex ras è una sanzione politica, e credo non poteva essere altrimenti; c’è troppa carne al fuoco che necessita di essere tirata via prima che carbonizzi. Prima di tutto l’Iraq, sotto il fuoco americano da un triennio che ha portato con sé scandali, stragi e prese di posizione che hanno alterato gli equilibri geopolitici mondiali. Basti ricordare lo smembramento dell’UE sin dall’inizio sull’opportunità della guerra; una frattura interna che ha messo ancor più in crisi il sentimento unionista europeo.
Da sottolineare poi la situazione interna all’Iraq teatro di contese tra le diverse tribù, la crisi politica dei sunniti in seguito alla caduta del regime e l’ascesa, sotto l’ala autoritaria americana, degli sciiti ed in certo modo anche dei curdi. Un quadro che oggi configura una guerra civile in perenne stato di latenza. Per non parlare delle difficoltà nella legittimazione dell’esecutivo di Baghdad, le ripetute stragi che accompagnate ai bombardamenti hanno fatto oltre mezzo milione di morti civili.

Infine il capitolo Stati Uniti.
Chi vede nella sentenza lampo un estremo tentativo degli americani per regalare al partito repubblicano qualche scampolo di consenso per le mid terme elections  non soffre certo di problemi oculistici. Bush porta in groppa pesanti responsabilità, troppe domande senza risposta poste dalla comunità internazionale e dagli americani stesse che lo accusano di essersi lanciato a rotta di collo nel pantano iracheno abbandonando 200 e rotti milioni di americani alle proprie difficoltà sociali ed appesantendo la stretta della morsa fiscale. L’impiccagione di Saddam può essere l’unico modo per Bush di mostrare al mondo  l’opportunità dell’intervento militare in Iraq, l’opportunità della lotta a viso aperto contro i terroristi.

Il destino dell’ex ras è però prima di tutto il destino dell’Iraq e, per quanto alcuni affermino il contrario, la sua morte potrebbe essere il lascia passare per una soluzione agli animi accesi che si registrano nel Paese. Prima di tutto un deterrente alla ferocia di parte della resistenza sunnita, che vive per la sua liberazione e nutre sogni di capovolgimento del fronte e riaffermazione del loro leader e rappresentante di spicco. In secondo luogo un deterrente al risentimento di sciiti e curdi nei confronti degli odiati sunniti che vedrebbero finalmente “giustizia fatta” per gli eccidi e le persecuzioni a loro perpetrati negli anni di regime. E soprattutto per dare una sferzata a quelle sacche di insofferenti alle forze di occupazione che vedrebbero convalidata una ragione per continuare ad essere ancora lì.

Saddam un martire? Non ci credo e non ci spero. Le vicende note del dicembre 2003, il modo in cui il leader del partito Baath venne catturato, ha fatto passare nella mente di molti l’immagine di un capo abbandonato a sé stesso proprio nel momento del bisogno. Nessuno dimenticherà il volto abbruttito del tiranno sconfitto costretto in una tana sotterranea solitario.
Il mio risentimento contro la pena di morte è grande, vedendo nell’isolamento totale l’unica vera grande morte della persona, ma questa volta mantenere in vita un uomo, Saddam Hussein, vuol dire continuare a dare speranza al cattivo e voler evitare un minimo stralcio di soluzione alla questione mediorientale, problematica che riguarda tutti da molto vicino.

giovedì, 29 giugno 2006

Nessuna obiezione di coscienza sull'Afghanistan.

Giusto rifinanziare la missione militare italiana in Afghanistan con larghe maggioranze. Sbagliato che Prodi si faccia mettere sotto dalla minuscola sinistra radicale.
©www.modugno.it

Quando in gioco c’è la ragion di Stato le obiezioni di coscienza vanno messe da parte. Nel centro sinistra in questi giorni tira troppa aria di scontro mixata a lievi stralci di compattezza. Nemmeno il tempo di stappare lo spumante per il trionfo referendario che i primi nodi vengono al pettine.
Il rifinanziamento alla missione militare italiana in Afghanistan va votato ed approvato da una maggioranza parlamentare quanto mai più ampia per due ragioni.
Prima di tutto per non lasciare soli i militari italiani in quel di Kabul e dintorni, che quotidianamente rischiano di rimettere la vita all’opposizione di un’organizzazione terroristica che oggi ha una rete di rapporti a livello planetario. In secondo luogo, per evitare di mettersi in ombra ai tavoli di organizzazioni internazionali cui l’Italia fa parte in virtù dell’articolo 11 della Costituzione, che permette al Paese di far parte di organizzazioni soprannazionali che perseguono i fini della pace, giustizia e libertà.

Ed evitare di dare una brutta mazzata al prestigio all’estero che il tricolore è riuscito a guadagnarsi negli anni, obiettivamente, anche con la politica berlusconiana. Quest’ultima forse un po’ troppo americano-militarista e lontana dalle istanze europeiste; ma che pur sempre ha tenuto alto il vessillo nazionale.
Che si parli di ritiro immediato dall’Iraq ci può stare, la linea di distinzione col precedente esecutivo è necessaria: in Medio Oriente i nostri militari ci sono finiti per le politiche unilateraliste di Washington. E, bisogna ricordarlo, dietro la carneficina irachena (che comunque ha portato alla caduta di Saddam) c’è una marea di scandali che dalla Casa Bianca continuano ad essere ignorati e taciuti.

A Kabul la cosa è più scottante, c’è di mezzo il passaggio di consegne della missione di stabilizzazione del Paese nelle mani della NATO e quindi il Belpaese non può certo permettersi di fare lo spettatore mentre gli altri tirano la carretta. Ci sono decennali patti internazionali da rispettare. Quindi ritengo sia inutile continuare a tirare la corda da una parte o dall’altra, piazzando avanti un pacifismo che in certe occasioni s’è mostrato tutt’altro che convinto. Bene l’UDC che annuncia il voto favorevole e l’appoggio all’ “Unione armata” e soprattutto all’approvazione di un decreto che permetta l’innesco automatico del sistema di trasferimento delle risorse tale da alleggerire i già cospicui compiti parlamentari (e salvare dai partiti più radicali, per di più minoritari le sorti del governo). E che infine, darebbe maggiori certezze anche ai capitoli di bilancio statali.

Quando c’è di mezzo la politica internazionale, inutile annunciare il “non voto” per coscienza personale, o il rischio di far tremare Palazzo Chigi, o aizzando al “non c’era nel programma”. E’ una questione che si pone e da affrontare con il dialogo e per una buona volta col concreto aiuto delle opposizioni. Sarebbe un punto di inizio positivo per aprire una collaborazione trasversale che altro non gioverebbe alla tranquillità della politica.
E sarebbe ancora più auspicabile che un governo come quello italiano, malgrado ci si trovi in tempi di rincorsa alla governance smettesse di essere perennemente sotto lo scacco di partiti espressione di ideologie troppo estreme che rischiano di imporre un black out, affacciandosi anche a quelle scelte a vantaggio delle vite di migliaia di afgani ora di fronte all’edificazione di un’intelaiatura istituzionale e legislativa di tipo democratica, l’ennesima battaglia (senz’armi).