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Free Burma!
martedì, 09 ottobre 2007

40 anni dalla morte del Che, fra realtà e leggenda

40 anni dalla morte di Che Guevara gli onori del Sud America, la contrarietà degli esuli cubaniEx leaders e simpatizzanti hanno preso parte alle celebrazioni tenute in onore di Ernesto Che Guevara a Cuba, dov’è sepolto, e in Bolivia, dove il Che fu giustiziato nel 1967.
Raul Castro, presidente cubano pro tempore, era presente al principale evento commemorativo organizzato a Cuba presso l’enorme statua bronzea del combattente rivoluzionario eretta nella città di Santa Clara, 300 km da l’Havana.
Fidel Castro, assente, non ha mancato di fare avere il suo contributo scritto per l’occasione; per il lìder maximo, Guevara è “un fiore staccato prematuramente dal suo stelo. Inchino il capo con rispetto e gratitudine – prosegue il discorso letto alla folla – ad un eccezionale guerriero”. Mentre dagli altoparlanti veniva scandita la data 3 ottobre 1965, è stata letta la lettera che Fidel già allora lesse alla folla cubana, ricevendola dal Che che annunciava la sua adesione alla guerriglia marxista del Congo.

La vedova argentina del rivoluzionario Aleida March, ha preso parte alle celebrazioni accompagnata dai quattro figli Aleida, Camino, Celia ed Ernesto.
Guevara ha avuto una figlia dalla sua prima moglie, rivoluzionaria peruviana; entrambe sono morte.
Il figlio più giovane, Ernesto, ha onorato il padre facendo rombare il motore di una potente Harley Davidson rossa insieme a 37 membri del club cubano dedicato alla casa motociclistica. Ciò per ricordare il lungo viaggio attraverso l’America Latina fatto negli anni 50 a bordo della sua Norton 250, poi tradotto nel libro e nel film “I diari della motocicletta”.

Guevara combattè una delle battaglie più importanti per la rivoluzione cubana a Santa Clara. Nel 1997 Fidel fece seppellire qui i suoi resti dopo il ritrovamento a Villegrande, in Bolivia, dove i soldati lo uccisero dopo l’arresto nel 1967 durante il suo tentativo di estendere la rivoluzione marxista in tutto il Sud America.

A Villegrande, il presidente Evo Morales parlando ad una folla di 3mila persone, ha ricordato il Che “per la sua ideologia politica e per l’aver dato la sua vita per gli altri”.
“La lotta continua, finchè c’è capitalismo, finchè le rotte del neo-liberismo non cambiano”.
Sulla figura di Ernesto Che Guevara incombono molti lati oscuri della sua attività di rivoluzionario Il governo venezuelano ha onorato il medico-rivoluzionario inaugurando un monumento sul Pico de Anguilla, circa 4 mila metri sul livello del mare nell’ovest del Paese. “Questo è un luogo sacro” ha chiosato il ministro della cultura Francisco Sesto, ricordando come sia il Che che Simon Bolivar, furono in questi luoghi.

Ma a Miami, la capitale dell’anticastrismo degli esuli cubani, la visione della grandezza del Che è ben diversa. “Per noi è il simbolo dell’antiamericanismo, della violenza; qui non viene ricordato per qualcosa di buono”, racconta Felipe Salinas, residente nella Piccola Havana di Miami.
“Come tante persone”, dice Maria Carrera, un’altra esiliata che ha lasciato Cuba dieci anni fa, “ero una fanatica del Che. Ma da quando sono a Miami non l’ho più sostenuto. Abbiamo ricevuto notizia delle esecuzioni da lui stesso ordinate”.

Ernesto Che Guevara fu catturato e giustiziato in Bolivia nel 1967. Aveva 39 anni La figura di Ernesto Guevara è estremamente complessa, mescola leggenda a realtà. “Siamo ancora alla ricerca di notizie su alcuni tratti della sua vita per poter dare un giudizio ben definito nei suoi confronti, al di là dei sentimenti”, spiega Uva de Aragon, della Florida International University.

Nato a Rosario in Argentina, Guevara rimase scioccato della situazione economica dell’America Latina nel corso del suo viaggio fra il 1952 ed il 1953. Incontrò Castro in Messico nel 1965 e sin da subito si unì a lui nella lotta contro il dittatore Fulgencio Batista.
Della vittoria rivoluzionaria ottenuta nel gennaio del 1959 il Che fu uno dei protagonisti. La lotta armata diventò, da allora, l’unico rimedio all’ingiustizia sociale del Sud America.
Lasciata Cuba condusse un gruppo di rivoluzionari che si unirono ai guerriglieri marxisti in Congo; raggiunse la Bolivia nel 1966. Per 11 mesi fu capo di un manipolo di ribelli in lotta per l’espansione della rivoluzione ottenendo scarsi successi.
Fu catturato nel villaggio di La Higuera e giustiziato il 9 ottobre 1967. Aveva 39 anni.

venerdì, 05 ottobre 2007

Quei rubini rossi del sangue operaio

I mercanti di Bangkok mostrano orgogliosi le proprie merci scintillanti: diamanti provenienti dall’Africa, i zaffiri dello Sri Lanka e, naturalmente, i rubini del Myanmar.
Le pietre vengono valutate a seconda della purezza e del colore, ma hanno un sinistro difetto.

Il 90% dei rubini in commercio nel mondo, vengono importati dalla Birmania La giunta militare birmana si affida al commercio di pietre preziose per autofinanziare il regime. I rubini sono tra le gemme più esportate, al punto che si attesta una “produzione” di circa il 90% sul mercato mondiale.

L’interesse internazionale per la brutale repressione ordinata dai generali nei confronti dei dimostranti democratici la scorsa settimana ha incoraggiato l’Unione Europea a considerare la possibile chiusura al commercio di pietre preziose proveniente dal Sud Est asiatico. Bisogna anche tenere presente, la necessità di colmare quella lacuna di carattere interpretativo contenuta nell’atto con cui Washington ha imposto lo stop alle importazioni delle desiderate pietre.
Nel frattempo in Tailandia, dopo vengono trasferite e vendute la maggior parte delle gemme birmane, molti commercianti di pietre preziose, continuano a mantenere stretti rapporti con la giunta: “La gente non è certo felice rispetto a quanto sta succedendo ma non è preoccupata per l’eventuale blocco sull’importazione di rubini”, dice Pornchai Chuenchomlada, presidente dell’Associazione Commercianti di Gemme e Gioielli tailandese.
“Se il regime ha ucciso un numero alto di persone, come accaduto nel 1988, è giusto considerare l’idea di bandire l’importazione della sua principale fonte di finanziamento”.

LA VALLE DEI RUBINI

I media ufficiali nel Paese hanno denunciato la morte di 10 persone a seguito della repressione durante le proteste della scorsa settimana, inclusi i monaci buddisti; ma il bilancio reale delle vittime risulta da fonti indipendenti molto più alto.

La valle dei rubini in Birmania. Nelle miniere di pietre preziose, la condizione ̬ orribile. I generali birmani stimano di aver ottenuto circa 750 milioni di dollari da quando detengono il controllo del commercio di gemme imposto nel 1964. CՏ poi un altissimo numero di preziosi che vengono contrabbandati ai confini della Tailandia e Cina.
Le esposizioni ufficiali, tenute due volte all’anno a Yangon, stanno crescendo in fatto di popolarità. Lo Stato detiene una quota di maggioranza nelle attività di estrazione in Birmania, in particolare nelle attività svolte nella cosiddetta “Valle dei Rubini” (nella foto la cartografia geologica dell'area), l’area montana di Mogok, 200 km a nord di Mandalay, famosa per i suoi rari rubini rosso sangue e zaffiri dal blu intenso, venduti al prezzo di decine di migliaia di dollari.

Ma ai prezzi da capogiro corrisponde l’orribile condizione delle miniere. Debbie Stothard dell’Alternative ASEAN Network in Birmania ha denunciato con la sua organizzazione la somministrazione forzata di droghe agli operai delle miniere per incrementarne la produttività. Le siringhe, utilizzate per più di un’inezione, moltiplicano il rischio di contrarre l’HIV.
“L’eroina viene somministrata agli operai alla fine della giornata lavorativa come ricompensa” denuncia Stothard. “I giovani che entrano le miniere nutrono la speranza di realizzare i propri sogni, ma spesso ne escono cadavere”. Quei rubini sono rossi del sangue degli operai.

IL CAVILLO DELLE SANZIONI AMERICANE

Le coppie che oggi si accingono all’acquisto di pietre preziose finalmente chiedono informazioni sulla provenienza; ciò grazie alle vicende raccontate nel film proiettato nelle sale cinematografiche lo scorso anno “Blood Diamond” il quale ha trattato il tema del commercio di gemme per il finanziamento di conflitti armati.
Tuttavia anche negli anni ’90, allo scoppio della guerra in Sierra Leone, che ha ispirato il film, solo una percentuale tra il 4 ed il 15 % dei diamanti in commercio nel mondo provenivano da quelle zone di guerra.

Brian Leber, un gioielliere americano dell’Illinois, lo scorso hanno ha deciso di non acquistare più le gemme estratte in Birmania. “Credo sia importante andare a dormire con la coscienza pulita” dice il 41 enne promotore de Progetto Assistenziale dei Gioiellieri in Birmania, organizzazione che si occupa della realizzazione di progetti umanitari nel piccolo paese del Sud Est asiatico.

Operai nelle miniere di pietre preziose in Birmania. Vegono drogati forzatamente per aumentare la produttività Sebbene gli USA abbiano introdotto il divieto di importare le gemme dal Myanmar nel 2003, una lacuna interpretativa vanifica, di fatto, l’efficacia del provvedimento. Difatti, si è riusciti a giungere alla conclusione che l’atto permette il taglio delle pietre importate negli USA mentre la lavorazione altrove. In tal modo le gemme acquistate in Birmania vengono passate come grezze quindi non tagliate e fatte entrare negli States.
Leber spera che le violenze della scorsa settimana spingano il governo a rafforzare la portata del provvedimento e gradirebbe che i consumatori evitassero l’acquisto di gemme importate dalla Birmania.

A Bangkok alcuni rivenditori hanno interrotto l’import di pietre preziose dalla Birmania, ma sono ancora tanti quelli che non hanno seguito questa politica. Pornchai Chuenchomlada ribadisce:”Questo è un paese buddista. Mi aspettavo la caduta dei prezzi delle pietre dopo gli attacchi dei militari ai monaci, ma il regime è ipocrita. In Tailandia offriamo i migliori rubini per purezza ed intensità di colore, ma non voglio contribuire al massacro di una nazione”.

Articolo tradotto dal sito web Reuters.com

venerdì, 28 settembre 2007

Quel che accade in Birmania

In Birmania il regime militare ha avviato le violenze con i rivoltosi. La repressione si svolge su più fronti, attraverso i media, rastrellamenti, arresti, caccia ai giornalisti e l'oscuramento di siti web.

(Tratto dal Corriere della Sera) Dura prova di forza della giunta militare al potere in Birmania, che ha bloccato le nuove manifestazioni di protesta con una repressione nella quale sono rimaste uccise almeno nove persone, fra cui un giornalista giapponese. Con lui sarebbe morto un altro giornalista, ma la notizia non è stata confermata.
Proprio l’assenza di notizie precise, l’incertezza che accompagna gli eventi di queste ultime ore testimoniano la grave repressione in corso: la Bbc online riferisce di siti internet oscurati, di messaggi che campeggiano sulla tv di stato in cui i media stranieri vengono definiti «distruttivi».

La gente era scesa in strada senza i monaci buddisti che dieci giorni fa avevano dato l'avvio alla protesta.
I bonzi sono stati in gran parte arrestati giovedì nel corso di raid notturni: a quanto è stato riferito, alcuni monasteri sono rimasti completamente vuoti, i monaci picchiati violentemente nel cuore della notte e portati via su camion dai soldati. Una vera deportazione: via dalle strade per poter procedere meglio alla repressione senza far aumentare ulteriormente l'indignazione della gente che considera sacri i religiosi.

La protesta contro il regime è continuata anche in altre località del Paese: secondo l'Asian human right commission, associazione che ha sede a Hong Kong, vi sarebbe stata un'affollata manifestazione nella città costiera di Sittwe e vari incidenti nel corso di scontri con le forze dell'ordine a Pakokku, Mandalay e Moulmein.

Non è ancora chiaro quale sia il bilancio reale della sanguinosa repressione: il numero delle vittime sarebbe in realtà assai più elevato rispetto alle cifre ufficiali.
Lo ha denunciato l'ambasciatore d'Australia nell'ex Birmania, Bob Davis, intervistato dall'emittente radiofonica 'Abc'. Secondo la giunta militare birmana, i morti ammonterebbero complessivamente a dieci, ma a detta del diplomatico di Canberra testimoni oculari avrebbero riferito ad alcuni suoi collaboratori di aver visto «rimuovere ieri dal teatro delle manifestazioni nel centro di Rangoon un numero di cadaveri significativamente superiore» a quello reso noto dal regime. Il computo reale, ha aggiunto Davis, sarebbe «parecchie volte il multiplo» delle dieci persone uccise «riconosciute dalle autorità».