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Quei rubini rossi del sangue operaioI mercanti di Bangkok mostrano orgogliosi le proprie merci scintillanti: diamanti provenienti dall’Africa, i zaffiri dello Sri Lanka e, naturalmente, i rubini del Myanmar.
Le pietre vengono valutate a seconda della purezza e del colore, ma hanno un sinistro difetto. La giunta militare birmana si affida al commercio di pietre preziose per autofinanziare il regime. I rubini sono tra le gemme più esportate, al punto che si attesta una “produzione” di circa il 90% sul mercato mondiale. L’interesse internazionale per la brutale repressione ordinata dai generali nei confronti dei dimostranti democratici la scorsa settimana ha incoraggiato l’Unione Europea a considerare la possibile chiusura al commercio di pietre preziose proveniente dal Sud Est asiatico. Bisogna anche tenere presente, la necessità di colmare quella lacuna di carattere interpretativo contenuta nell’atto con cui Washington ha imposto lo stop alle importazioni delle desiderate pietre. Nel frattempo in Tailandia, dopo vengono trasferite e vendute la maggior parte delle gemme birmane, molti commercianti di pietre preziose, continuano a mantenere stretti rapporti con la giunta: “La gente non è certo felice rispetto a quanto sta succedendo ma non è preoccupata per l’eventuale blocco sull’importazione di rubini”, dice Pornchai Chuenchomlada, presidente dell’Associazione Commercianti di Gemme e Gioielli tailandese. “Se il regime ha ucciso un numero alto di persone, come accaduto nel 1988, è giusto considerare l’idea di bandire l’importazione della sua principale fonte di finanziamento”. LA VALLE DEI RUBINI I media ufficiali nel Paese hanno denunciato la morte di 10 persone a seguito della repressione durante le proteste della scorsa settimana, inclusi i monaci buddisti; ma il bilancio reale delle vittime risulta da fonti indipendenti molto più alto. I generali birmani stimano di aver ottenuto circa 750 milioni di dollari da quando detengono il controllo del commercio di gemme imposto nel 1964. C’è poi un altissimo numero di preziosi che vengono contrabbandati ai confini della Tailandia e Cina. Le esposizioni ufficiali, tenute due volte all’anno a Yangon, stanno crescendo in fatto di popolarità. Lo Stato detiene una quota di maggioranza nelle attività di estrazione in Birmania, in particolare nelle attività svolte nella cosiddetta “Valle dei Rubini” (nella foto la cartografia geologica dell'area), l’area montana di Mogok, 200 km a nord di Mandalay, famosa per i suoi rari rubini rosso sangue e zaffiri dal blu intenso, venduti al prezzo di decine di migliaia di dollari. Ma ai prezzi da capogiro corrisponde l’orribile condizione delle miniere. Debbie Stothard dell’Alternative ASEAN Network in Birmania ha denunciato con la sua organizzazione la somministrazione forzata di droghe agli operai delle miniere per incrementarne la produttività. Le siringhe, utilizzate per più di un’inezione, moltiplicano il rischio di contrarre l’HIV. “L’eroina viene somministrata agli operai alla fine della giornata lavorativa come ricompensa” denuncia Stothard. “I giovani che entrano le miniere nutrono la speranza di realizzare i propri sogni, ma spesso ne escono cadavere”. Quei rubini sono rossi del sangue degli operai. IL CAVILLO DELLE SANZIONI AMERICANE Le coppie che oggi si accingono all’acquisto di pietre preziose finalmente chiedono informazioni sulla provenienza; ciò grazie alle vicende raccontate nel film proiettato nelle sale cinematografiche lo scorso anno “Blood Diamond” il quale ha trattato il tema del commercio di gemme per il finanziamento di conflitti armati. Tuttavia anche negli anni ’90, allo scoppio della guerra in Sierra Leone, che ha ispirato il film, solo una percentuale tra il 4 ed il 15 % dei diamanti in commercio nel mondo provenivano da quelle zone di guerra. Brian Leber, un gioielliere americano dell’Illinois, lo scorso hanno ha deciso di non acquistare più le gemme estratte in Birmania. “Credo sia importante andare a dormire con la coscienza pulita” dice il 41 enne promotore de Progetto Assistenziale dei Gioiellieri in Birmania, organizzazione che si occupa della realizzazione di progetti umanitari nel piccolo paese del Sud Est asiatico. Sebbene gli USA abbiano introdotto il divieto di importare le gemme dal Myanmar nel 2003, una lacuna interpretativa vanifica, di fatto, l’efficacia del provvedimento. Difatti, si è riusciti a giungere alla conclusione che l’atto permette il taglio delle pietre importate negli USA mentre la lavorazione altrove. In tal modo le gemme acquistate in Birmania vengono passate come grezze quindi non tagliate e fatte entrare negli States. Leber spera che le violenze della scorsa settimana spingano il governo a rafforzare la portata del provvedimento e gradirebbe che i consumatori evitassero l’acquisto di gemme importate dalla Birmania. A Bangkok alcuni rivenditori hanno interrotto l’import di pietre preziose dalla Birmania, ma sono ancora tanti quelli che non hanno seguito questa politica. Pornchai Chuenchomlada ribadisce:”Questo è un paese buddista. Mi aspettavo la caduta dei prezzi delle pietre dopo gli attacchi dei militari ai monaci, ma il regime è ipocrita. In Tailandia offriamo i migliori rubini per purezza ed intensità di colore, ma non voglio contribuire al massacro di una nazione”. Articolo tradotto dal sito web Reuters.com Postato da raffaelegreco alle 09:29 | Permalinkatemi | commenti (2) | riflessioni, unione europea, mondo, guerre globali, controllo e repressione, media e disinformazione
ONU, investigare sulle violenze in Birmania Finalmente il Consiglio per i Diritti Umani dell'ONU ha espresso la propria condanna per le violenze della giunta militare birmana perpetrate nel corso della repressione delle proteste e chiesto, con apposita risoluzione, il permesso di inviare uno speciale Rapporteur per aprire un'ichiesta.Questo il risultato della riunione straordinaria del Consiglio tenutasi oggi proprio per discutere della grave situazione di queste settimane nel Myanmar. La risoluzione pronuncia la "forte preoccupazione per le modalità della repressione operata nei confronti dei manifestanti non violenti della Birmania, in particolare per le cariche, gli omicidi, gli arresti arbitrati e le crescenti sparizioni di dissidenti". Il Consiglio invita il governo a concedere all'osservatore Paulo Sergio Pinheiro il visto ad entrare nel Paese per svolgere attività di indagine sullo stato dei diritti umani in questo momento. L'ente per i diritti umani delle Nazioni Unite ha espresso l'intenzione di presentare i risultati delle attività investigative all'Assemblea Generale ed al Consiglio di Sicurezza. Ciò malgrado, Aung Myo Min, direttore dell'Istituto Educativo per i Diritti Umani in Birmania, con sede in Tailandia, ha espresso preoccupazione sull'efficacia della risoluzione. Ciò dovuto alla mancanza di indicazioni chiare sul cosa accadrebbe nel caso di un rifiuto del visto a Pinheiro. "Che succede se i militari rifiutano l'arrivo dell'osservatore ONU? Bisogna prendere atto anche del fatto che la giunta sta facendo di tutto per ripulire il Paese da prove che indicherebbero violazione dei diritti umani; così facendo, anche se si permettesse l'entrata di osservatori ONU, sarebbe difficile risalire alla verità dei fatti". Pinheiro, il cui visto per entrare in Birmania è stato negato negli ultimi due anni, insieme con altri esperti delle Nazioni Unite in tema di diritti umani, ha firmato un documento di condanna nei confronti del governo militare per la brutale repressione ed invitato il Consiglio "a mostrare determinazione nell'adottare tutti i necessari provvedimenti per il rispetto dei diritti in Myanmar". Postato da raffaelegreco alle 20:52 | Permalinkatemi | commenti | mondo, diritti umani, guerre globali, controllo e repressione
Buone nuove: monaci liberati La giunta ha ordinato in nottata la liberazione di 80 monaci catturati la scorsa settimana durante i raid della polizia nel corso della più grande protesta anti-regime degli ultimi 20 anni in Birmania.Al momento del rilascio, i bonzi hanno mostrato la loro riluttanza nel rivelare la propria identità e poco hanno detto sulle condizioni della detenzione. In 79 sono stati ricondotti al loro monastero di Mingola Yama, nella città di Yangon, nel corso della notte. I restanti 16 dei 96 arrestati dopo gli attacchi della polizia nel monastero attendono ora di essere liberati. I bonzi sono stati trattenuti nel corso della settimana presso un ex istituto tecnico governativo a nord di Yangon. Hanno detto di aver subito sole offese verbali durante gli interrogatori effettuati dai capi della polizia, mai violenze ed abusi fisici. Gli interrogati, sono stati costretti ad indossare abiti civili, per poi tornare ad indossare la propria tunica al termine delle operazioni. Difficile la condizione dei monaci buddhisti durante le proteste della scorsa settimana. Persone che vivono nei pressi dei monasteri hanno raccontato di monaci brutalmente colpiti dagli uomini della polizia locale, arrestati ed ammassati su camion. In centinaia sono stati deportati e un diplomatico, attraversando la strada che porta al monastero di Ngwe Kya Yan ha denunciato la evidente presenza di "segni di violenza". Quasi 150 donne, molte con il capo rasato indicante l'appartenenza all'ordine dei monaci buddhisti, sono state catturate e trattenute presso il centro tecnico di Kyakkasan. Alcuni testimoni, hanno visto le vesti dei almeno tre donne sui 70 anni fradici di sangue. Fotografie pubblicate sul sito web del movimento Voce Democratica dalla Birmania, mostra i corpi dei monaci uccisi dalla polizia, anche se non esiste una stima precisa dei bonzi e dei civili che hanno perso la vita durante la repressione. Postato da raffaelegreco alle 12:14 | Permalinkatemi | commenti (1) | mondo, diritti umani, guerre globali, controllo e repressione
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11 settembre
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