lunedì, 06 novembre 2006
20:42
20:42
Sentenza ovvia ma (forse) necessaria.
Una sentenza emotiva che rasenta l’illegalità; è questa la definizione più appropriata, per quella letta con leggera differita in mondovisione dal tribunale speciale iracheno che ha processato Saddam Hussein, imputato per crimini contro l’umanità.
Se dal punto di vista legale, del principio della parità tra accusa e difesa dubbi di grossa portata hanno accompagnato tutto l’iter che si è svolto al tempo record di un anno, dal lato politico le incertezze sono ancora maggiori.
La pena capitale comminata all’ex ras è una sanzione politica, e credo non poteva essere altrimenti; c’è troppa carne al fuoco che necessita di essere tirata via prima che carbonizzi. Prima di tutto l’Iraq, sotto il fuoco americano da un triennio che ha portato con sé scandali, stragi e prese di posizione che hanno alterato gli equilibri geopolitici mondiali. Basti ricordare lo smembramento dell’UE sin dall’inizio sull’opportunità della guerra; una frattura interna che ha messo ancor più in crisi il sentimento unionista europeo.
Da sottolineare poi la situazione interna all’Iraq teatro di contese tra le diverse tribù, la crisi politica dei sunniti in seguito alla caduta del regime e l’ascesa, sotto l’ala autoritaria americana, degli sciiti ed in certo modo anche dei curdi. Un quadro che oggi configura una guerra civile in perenne stato di latenza. Per non parlare delle difficoltà nella legittimazione dell’esecutivo di Baghdad, le ripetute stragi che accompagnate ai bombardamenti hanno fatto oltre mezzo milione di morti civili.
Infine il capitolo Stati Uniti.
Chi vede nella sentenza lampo un estremo tentativo degli americani per regalare al partito repubblicano qualche scampolo di consenso per le mid terme elections non soffre certo di problemi oculistici. Bush porta in groppa pesanti responsabilità, troppe domande senza risposta poste dalla comunità internazionale e dagli americani stesse che lo accusano di essersi lanciato a rotta di collo nel pantano iracheno abbandonando 200 e rotti milioni di americani alle proprie difficoltà sociali ed appesantendo la stretta della morsa fiscale. L’impiccagione di Saddam può essere l’unico modo per Bush di mostrare al mondo l’opportunità dell’intervento militare in Iraq, l’opportunità della lotta a viso aperto contro i terroristi.
Il destino dell’ex ras è però prima di tutto il destino dell’Iraq e, per quanto alcuni affermino il contrario, la sua morte potrebbe essere il lascia passare per una soluzione agli animi accesi che si registrano nel Paese. Prima di tutto un deterrente alla ferocia di parte della resistenza sunnita, che vive per la sua liberazione e nutre sogni di capovolgimento del fronte e riaffermazione del loro leader e rappresentante di spicco. In secondo luogo un deterrente al risentimento di sciiti e curdi nei confronti degli odiati sunniti che vedrebbero finalmente “giustizia fatta” per gli eccidi e le persecuzioni a loro perpetrati negli anni di regime. E soprattutto per dare una sferzata a quelle sacche di insofferenti alle forze di occupazione che vedrebbero convalidata una ragione per continuare ad essere ancora lì.
Saddam un martire? Non ci credo e non ci spero. Le vicende note del dicembre 2003, il modo in cui il leader del partito Baath venne catturato, ha fatto passare nella mente di molti l’immagine di un capo abbandonato a sé stesso proprio nel momento del bisogno. Nessuno dimenticherà il volto abbruttito del tiranno sconfitto costretto in una tana sotterranea solitario.
Il mio risentimento contro la pena di morte è grande, vedendo nell’isolamento totale l’unica vera grande morte della persona, ma questa volta mantenere in vita un uomo, Saddam Hussein, vuol dire continuare a dare speranza al cattivo e voler evitare un minimo stralcio di soluzione alla questione mediorientale, problematica che riguarda tutti da molto vicino.
Se dal punto di vista legale, del principio della parità tra accusa e difesa dubbi di grossa portata hanno accompagnato tutto l’iter che si è svolto al tempo record di un anno, dal lato politico le incertezze sono ancora maggiori.
La pena capitale comminata all’ex ras è una sanzione politica, e credo non poteva essere altrimenti; c’è troppa carne al fuoco che necessita di essere tirata via prima che carbonizzi. Prima di tutto l’Iraq, sotto il fuoco americano da un triennio che ha portato con sé scandali, stragi e prese di posizione che hanno alterato gli equilibri geopolitici mondiali. Basti ricordare lo smembramento dell’UE sin dall’inizio sull’opportunità della guerra; una frattura interna che ha messo ancor più in crisi il sentimento unionista europeo.
Da sottolineare poi la situazione interna all’Iraq teatro di contese tra le diverse tribù, la crisi politica dei sunniti in seguito alla caduta del regime e l’ascesa, sotto l’ala autoritaria americana, degli sciiti ed in certo modo anche dei curdi. Un quadro che oggi configura una guerra civile in perenne stato di latenza. Per non parlare delle difficoltà nella legittimazione dell’esecutivo di Baghdad, le ripetute stragi che accompagnate ai bombardamenti hanno fatto oltre mezzo milione di morti civili.
Infine il capitolo Stati Uniti.
Chi vede nella sentenza lampo un estremo tentativo degli americani per regalare al partito repubblicano qualche scampolo di consenso per le mid terme elections non soffre certo di problemi oculistici. Bush porta in groppa pesanti responsabilità, troppe domande senza risposta poste dalla comunità internazionale e dagli americani stesse che lo accusano di essersi lanciato a rotta di collo nel pantano iracheno abbandonando 200 e rotti milioni di americani alle proprie difficoltà sociali ed appesantendo la stretta della morsa fiscale. L’impiccagione di Saddam può essere l’unico modo per Bush di mostrare al mondo l’opportunità dell’intervento militare in Iraq, l’opportunità della lotta a viso aperto contro i terroristi.
Il destino dell’ex ras è però prima di tutto il destino dell’Iraq e, per quanto alcuni affermino il contrario, la sua morte potrebbe essere il lascia passare per una soluzione agli animi accesi che si registrano nel Paese. Prima di tutto un deterrente alla ferocia di parte della resistenza sunnita, che vive per la sua liberazione e nutre sogni di capovolgimento del fronte e riaffermazione del loro leader e rappresentante di spicco. In secondo luogo un deterrente al risentimento di sciiti e curdi nei confronti degli odiati sunniti che vedrebbero finalmente “giustizia fatta” per gli eccidi e le persecuzioni a loro perpetrati negli anni di regime. E soprattutto per dare una sferzata a quelle sacche di insofferenti alle forze di occupazione che vedrebbero convalidata una ragione per continuare ad essere ancora lì.
Saddam un martire? Non ci credo e non ci spero. Le vicende note del dicembre 2003, il modo in cui il leader del partito Baath venne catturato, ha fatto passare nella mente di molti l’immagine di un capo abbandonato a sé stesso proprio nel momento del bisogno. Nessuno dimenticherà il volto abbruttito del tiranno sconfitto costretto in una tana sotterranea solitario.
Il mio risentimento contro la pena di morte è grande, vedendo nell’isolamento totale l’unica vera grande morte della persona, ma questa volta mantenere in vita un uomo, Saddam Hussein, vuol dire continuare a dare speranza al cattivo e voler evitare un minimo stralcio di soluzione alla questione mediorientale, problematica che riguarda tutti da molto vicino.








