venerdì, 03 marzo 2006
19:59

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Si smaterializza il sogno europeista.

Archiviato da raffaelegreco in: riflessioni, unione europea

L'Unione Europea appare oggi come un crogiuolo di stato privo di identità che concentrano i propri poteri nelle mani di istituzioni centrali prive di una forza capace di coordinare e dare impulso alle prospettive di sviluppo democratico del processo di integrazione

Non abbiamo avuto nemmeno il tempo di assaporarlo che già ce l’hanno portato via.
Il gusto europeista, forse mai nato, si avvia verso il declino? Due pugni nello allo stomaco al gran disegno unitario preconizzato dai suoi padri fondatori in quel di Parigi nel 1951. Da un lato la politica protezionista francese che ha sgambettato le mire espansioniste di Enel; dall’altro “the Honorable Berlusconi” che dall’Intrepid di New York lancia le sue sassate ai ciechi colleghi del vecchio Continente, invocando un mondo American Style.
Senza dimenticare le pugnalate alle spalle assestate dalla mancata ratifica in Paesi fondatori di quello che dovrebbe essere l’apice del sogno Europa, la Costituzione, teorizzato elemento di svolta per il progetto unionista che ci vuole tutti fratelli da Lisbona a Praga, da Londra a Palermo.

Sintomi di un fallimento annunciato? Lo spregiudicato fenomeno globalizzatorio ha posto l’Europa di fronte a due alternative: avvicinarsi con ciò che brulica al di là dell’Atlantico, oppure giocare al “tronista” al centro dei rapporti da Oriente e Occidente.
Oggi l’Unione dei 25 non si flette né da una parte né dall’altra. Manca una chiara posizione nel quadro dei rapporti con gli Stati Uniti, teme di pronunciare parole che potrebbero creare imbarazzi sui grandi temi della politica internazionale.

Di esempi ne avremmo a palate: basta ricordare le divergenze più clamorose sulla guerra in Iraq o, recentemente, sulla vicenda delle “vignette di Satana” per farsi un’idea generale. Sicuro che a rincarare i contrasti, i diversi rapporti costruiti dai singoli Paesi prima dell’avvio del processo di integrazione, che a ben vedere, in realtà sembra tutt’altro che iniziato. Nulla è cambiato.

Le istituzioni comunitarie, a partire dalla triade Commissione, Parlamento, Consiglio dei Ministri europeo fino alla BCE si sono comportate da giudici di questa o quella riforma, minacciando sanzioni a chi non rispetta le regole.
Evidentemente dimenticando la forza di impulso e coordinamento mai attuata e di cui sono stati privati poco a poco gli Stati Membri.

E’ quella odierna un’Europa che ha paura di esporsi, che si nasconde dietro alle azioni e le parole degli altri pur di non compromettersi; che si muove senza timori quando c’è da puntare il dito o condannare ciò che succede al suo interno, particolarmente sui temi del marcato.
Una comunità piegata alle pressioni dei poteri economici forti, prima di tutto le banche, che rischia di creare per la sua inettitudine situazioni sconvenienti nel ventre dei Paesi Membri.
Piegata alle necessità delle lobbies, priva di un’identità solida e che dovrebbe spingerla verso il gran palcoscenico internazionale, ed invece impegnata solo a semplificare le regole del mercato interno e dei rapporti economici.

Il tutto a discapito dei cittadini una volta entusiasti della chimera europeista, allo stato delusi e via via meno coinvolti in scelte che direttamente o indirettamente li riguardano. Rischio maggiore una graduale riduzione dei diritti sociali, sempre più subordinati alle esigenze di bilancio delle particolari realtà statali dettate da Maastricht in poi.
Mentre tutto questo accade, mentre si realizza l’economizzazione dei diritti sociali c’è chi torna al protezionismo stile mezzo secolo fa; c’è chi fa politica autonoma, chi si rifugia sotto le pacche sulle spalle degli alleati americani per conservarsi un piede sull’altra sponda del ponte in caso di crollo.

Fatta l’Europa bisogna fare gli europei! E’ proprio il caso di proiettare verso un orizzonte continentale la celebre espressione garibaldina. Ma allora, a cosa serve l’UE? Davvero solo a corrispondere l’interesse del mercato, per rendere la vita facile ai grandi capitali?

Si prospetta il bisogno di ricercare una propria identità per una Comunità democraticamente inutile ed affiancare alla ragione economica, la ragione dei cittadini e dei lavoratori.
Sarebbe l’ora di muoversi in blocco e smetterla di fare i tanti galli che cantano nel pollaio in cui non si vedrà mai sorgere il sole.