domenica, 10 luglio 2005
15:12

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L'arte di arrangiarsi nel Mezzogiorno.

Archiviato da raffaelegreco in: riflessioni, migranti & cittadinanza

Dagli inizi del '900 Napoli è stata, infatti, la città di maggiore concentrazione della grande industria del Mezzogiorno, una città di operai e d'impiegati assorbiti in cicli produttivi moderni, propri della fabbrica fordistaC'è un'attitudine dei napoletani e in genere nelle popolazioni del Meridione d'Italia che ha segnato negli anni, in tutto il secolo che è alle nostre spalle, le alterne vicende dell'economia: l'attitudine alla versatilità, lo spirito d'adattamento a condizioni avverse. E' un'attitudine che, specie nella città di Napoli, discende dallo squilibrio permanente tra popolazione e risorse. Da questo squilibrio, dalla sovrappopolazione si sono alimentati i mille mestieri che i meridionali hanno dovuto inventarsi per sopravvivere.
Alcuni di questi mestieri sono scomparsi nel tempo, travolti dalla modernità: ad esempio, il mestiere dell'arrotino che fino a trent'anni fa girava per i quartieri popolari di Napoli con una bicicletta e una mola attivata pedalando la bicicletta da fermo; il mestiere del robivecchie che raccoglieva dalle famiglie oggetti inutilizzati dando in cambio sapone - da cui il termine "sapunaro". Altri lavori, specie quelli artigianali, sono invece sopravvissuti e ciò spiega la fioritura negli ultimi tempi di piccole imprese di qualità che poggiano su una consolidata tradizione locale - la tradizione dei sarti, dei calzturieri, delle paste alimentari, della pasticceria secca, della lavorazione del cioccolato.

La tendenza latente alla sovrappopolazione e dunque l'inventiva laboriosa e forzosa dei meridionali in alcuni momenti del secolo scorso sono state incanalate verso altri sbocchi, diversi dai mestieri precari e dalle occupazioni nei laboratori artigianali. Dagli inizi del '900 Napoli è stata, infatti, la città di maggiore concentrazione della grande industria del Mezzogiorno, una città di operai e d'impiegati assorbiti in cicli produttivi moderni, propri della fabbrica fordista, dove il lavoro era parcellizzato, cadenzato su ritmi obbligati e dunque dava poco spazio alla versatilità individuale.

La grande industria è stata, tuttavia, in buona parte trapiantata dall'esterno nel tessuto produttivo locale: gli investimenti nei grandi impianti della siderurgia, dei cantieri navali, della meccanica pesante, dell'aereonautica e infine, negli anni '70, dell'automobile, sono stati realizzati da imprese di Stato ed hanno avuto deboli effetti d'indotto sul tessuto industriale circostante, a Napoli e nel resto del Mezzogiorno. Negli ultimi anni, poi, queste grandi imprese sono state alcune progressivamente ridimensionate, altre del tutto smantellate, provocando un dolorosissimo strascico di esuberi, di forze di lavoro eccedenti, costrette a passare attraverso prolungati e mortificanti trattamenti di cassa integrazione, poi di mobilità, infine di prepensionamenti e di lavori socialmente utili. Questo quando non sono stati licenziati. L'impiego pubblico, quello che i meridionali chiamano "il posto" ha rappresentato l'approdo sognato da migliaia di persone che la hanno considerato più come l'occasione per uno stipendio regolare e meno come opportunità di crescita professionale.

Si è così anticipato nel Sud un fenomeno esploso poi drammaticamente in tutti i Paesi civilizzati: la crisi dello Stato Sociale, per cui più aumenta il numero degli impiegati pubblici, più povere e costose sono le prestazioni del settore pubblico in termini di servizi resi alla cittadinanza.Si è così anticipato nel Sud un fenomeno esploso poi drammaticamente in tutti i Paesi civilizzati: la crisi dello Stato Sociale, per cui più aumenta il numero degli impiegati pubblici, più povere e costose sono le prestazioni del settore pubblico in termini di servizi resi alla cittadinanza. Tanti giovani sono oggi impegnati in attività precarie lavorando per tutto il giorno, ma senza ottenere né il salario contrattuale né la copertura previdenziale; i disoccupati di lunga durata, spesso ultraquarantenni, che non hanno prospettive d'occupazione stabile e naturalmente gli immigrati clandestini, concentrati in agricoltura, nell'edilizia, nei servizi domestici.
I segmenti di lavoro meglio scolarizzati e professionalizzati attivano, poi, nuove piccole imprese, che spesso si servono di lavoro irregolare a disposizione di chi più che lavorare vuole arrangiarsi. E' come se, dopo la lunga parentesi della grande impresa, dell'edilizia, degli impieghi pubblici, riemergesse la spinta secolare dei meridionali a darsi da fare comunque e dovunque: pochi cercano e trovano santi protettori, molti si affidano alle proprie scarse forze o a quelle di parenti o amici.

E cosa fanno e dicono le Istituzioni, lo spirito civico, i progetti di sviluppo promessi da tutti i Governi che da sessant'anni si sono succeduti al Sud?Appaiono promesse vane e parole ormai divenute vuote, ma che comunque non riempiono la pancia dei tanti disoccupati e precari che per sbarcare il lunario sono costretti sempre di più a ricorrere all'arte di arrangiarsi.

tratto da Indymedia.