IL RISCATTO SHIITA.
Nel sud shiita, e nelle aree shiite di Baghdad come Sadr City e Kadhimiya, la maggior parte degli intervistati ha espresso la propria intenzione di recarsi a votare. In molti credono che in questo modo i musulmani shiiti possano finalmente prendersi la loro parte di influenza politica: rappresentano la maggioranza, circa il 60% della popolazione ma sono stati sempre posto al margine dei governi sin dal 1921.
“E’ talmente importante la nostra partecipazione al voto”, esprime Saad Abid, 24 anni tassista di Sadr City. “Questo rappresenta l’inizio della fine della vecchia, tragica era, e l’inizio di un nuovo ed ottimistico futuro”. Gli iracheni che boicottano il voto, ammonisce, dovranno assumersi tutte le colpe se dopo oggi rimarranno esclusi. “Coloro che non votano, finiranno per essere sconfitti, dei perdenti”.
CURDI, SGUARDO ALL'INDIPENDENZA.
Il nord curdo invece, possiede già il proprio programma di governo. Le tre province che contano circa il 20% della popolazione vivono da virtuale repubblica indipendente dal 1991, quando gli USA offrirono mezzi militari per proteggersi dal regime di Saddam. Nei successivi 14 anni i due maggiori partiti curdi hanno raggiunto un vasto consenso ed intendono coalizzarsi per avere un ruolo di protagonisti nella formazione della nuova macchina amministrativa.
Si aspettano di organizzarsi in blocco unico per trovare applicazione ad un’importante richiesta: mantenere inalterata l’autonomia del Kurdistan ed accrescere il proprio potere nel governo federale.
"DIO HA SALVATO L'IRAQ DAL TIRANNO, NON L'AMERICA".
Nel cuore dell’Iraq Sunnita, una vasta porzione della capitale, comunque, l’approccio alle elezioni mostra una buona dose di diffidenza. Gli arabi Sunniti nelle città di Fallujah, Ramadi, Mosul, Samara e Baluba hanno definito il voto una falsa sponsorizzazione americana, ed il clero radicale ha ricordato a coloro che prendono parte “all’infedele elezione” che prima o poi ne dovranno rispondere di fronte a Dio.
Nemmeno i moderati Sunniti hanno saputo trattenere la propria diffidenza; Al Sadyyd Mohammed Saleh al-Nauimi, moschea di Karada – non un centro politico come la maggioranza delle moschee, ma un’area nei pressi di Baghdad dove Sunniti e sciiti vivono gli uni di spalle agli altri – l’imam non ha neppure accennato al voto.
“Niente cambierà finchè gli occupanti saranno qui” annuncia Ali Moussa, 54 anni. “La chiamano forza multinazionale, ma è solo americana. Stanno distruggento il paese”. Di tutti i candidati dice sconcertato Abdelhaq Ismail al Ani, “non c’è nessuno che avrebbe fiducia e interesse per me”.
Un ingegnere che si fa chiamare Abu Amar parla di elezioni falsate perché non esistono informazioni reperibili sulla natur dei partiti e sui candidati; “Le elezioni esigono trasparenza invece”, continuando ad insistere sul fatto che non porteranno alcun cambiamento. “Ci promettono la corrente elettrica, ma questo è il minimo che il governo dovrebbe garantire. Questa non è una campagna elettorale!”
Gli ufficiali iracheni hanno promesso di invitare i leader Sunniti a prendere parte al processo di stesura della costituzione a prescindere dal boicottaggio del voto di oggi.
A parte i Sunniti però, molti sono dell’idea che il anche il comportamento degli americani sia da porre alla base di una possibile guerra civile a seguito del degenerare della situazione che colpirebbe Shiiti, Curdi ed i Sunniti moderati che appoggiano il governo.
La lista shiita andrà forte, per cui finirà per ottenere una valanga di voti. E se quel gruppo occupasse un terzo dei seggi dell’assemblea, la polemica incalzerà sulla necessità di fare dell’Iraq un nuovo stato islamico.
A Sadr City venerdì scorso, l’imam Nasir al-Saedy si è proiettato oltre le elezioni, avvertendo i suoi 10mila fedeli di non cadere nella pretesa di far coincidere il termine democrazia con l’importazione dei valori della società occidentale. “L’islam vuole che le donne non esibiscano il proprio fascino fuori di casa mentre sembra che ora, esse possano passeggiare per strada mezze nude. Gli infedeli occidentali la chiamano mentalità aperta”.
Nel suo consueto sermone, ha chiesto di rimanere vicini ai propri “veri valori”. “E’ stato Dio a liberarci dal Tiranno, non l’America”.
A partire da ora fino a dicembre, l’Assemblea Nazionale Provvisoria dovrà riconoscere un nuovo governo, emanare una costituzione ed avviare la pratica che condurrà a nuove elezioni per la scelta del governo permanente.
Durante questo lasso di tempo, i partiti schiiti dovranno risolvere il dibattito intestino sull’influenza del Corano nella politica, i curdi dovranno moderare l’impeto del movimento indipendentista e gli arabi Sunniti dovranno essere integrati nel policy sistem iracheno.
questo articolo è stato tradotto in italiano dal New York Times.