Domani migliaia di studenti in diversi continenti del mondo si mobiliteranno perché sia garantito a tutti/e nel mondo il diritto all’istruzione, perché l’istruzione resti un bene pubblico e non venga mercificato, perché siano riconosciuti i diritti degli studenti.
Contro la mercificazione dei saperi!!!
Il Forum Sociale Mondiale di Bombay (India) dello scorso anno, ha proclamato il 17 novembre giornata mondiale contro la privatizzazione e la mercificazione dei saperi.
Una problematica ed un pericolo incombente sulle teste di noi studenti e di coloro che in futuro ci “sostituiranno” fra i banchi di scuola mentre noi (si spera, facendo i dovuti scongiuri) saremo già proiettati nel mondo del lavoro.
L’educazione ha un ruolo fondamentale nello sviluppo sociale e nel rafforzamento della democrazia. Tuttavia, l’importanza dell’istruzione come mezzo di crescita individuale e collettiva è minata dai GATS (Accordi Generali sul Commercio dei Servizi).
I GATS presero corpo nel 1995 su proposta di alcuni paesi membri del WTO al termine dell’Uruguay Round; si tratta del “primo e unico accordo multilaterale che regola la liberalizzazione degli scambi di servizi su scala mondiale” dove per “servizi” si intende l’insieme di oggetti, ormai divenuti di prima necessità, che sfruttati sistematicamente nel nostro quotidiano quali trasporti, telecomunicazione, sanità, istruzione ecc...quindi anche alcuni servizi di carattere pubblico.
I GATS nascono come strumento rivolto a favorire le grandi società multinazionali, la cui ambizione è quella di creare un sistema di regole valide a livello planetario al fine di ridurre i costi di esportazione dei prodotti (servizi in questo caso) in rapporto ad un aumento dei profitti. Il documento, composto da 29 articoli stabilisce regole tali da coinvolgere addirittura regolamenti, legislazioni nazionali anche a livello locale.
Il testo dei GATS si divide in due parti: i VINCOLI GENERALI ed i VINCOLI SPECIFICI. I primi rappresentano delle disposizioni generali valide per un paniere di 160 ambiti di servizi individuati dal WTO. Fra questi vincoli generali, compare anche il principio di negazione alla “nazione sfavorita”. In altri termini, l’articolo 2 dei GATS, prevede un uguale approccio da parte dei governi ai fornitori di servizi di tutti i servizi dei paesi che aderiscono ai GATS. In tal modo, i fornitori di paesi sottosviluppati inevitabilmente vengono schiacciati dalla concorrenza.
I vincoli specifici rappresentano la possibilità, in particolari settori di servizi, di permettere una maggiore o minore apertura alla liberalizzazione.
Nell’ambito dei GATS due sono i settori pubblici di particolare interesse per le grosse multinazionali, la sanità e l’istruzione. Un documento redatto dall’ OECD (Organizzazione Europea Cooperazione Didattica) nel 2001, riporta il valore dei proventi ricavati dagli scambi commerciali nel settore dell’istruzione. Valori che si aggirano intorno ai 30 bilioni di dollari, grossa percentuale dei quali interessano gli scambi nell’ambito dell’istruzione secondaria e dell’università. Lasciamo a voi immaginare qual'è l'entità degli interessi che circolano quindi, dietro al prodotto "scuola ed educazione".
I GATS dividono l’istruzione in cinque segmenti: primaria, secondaria, superiore, per adulti e “altri servizi”. Attualmente 46 paesi del WTO hanno già dato il loro assenso alla liberalizzazione di almeno un settore del loro sistema educativo. Sono Giappone, Nuova Zelanda e Stati Uniti per l'istruzione superiore.
Posto ciò, a detta di qualche interprete dell’ambiguo testo dei GATS anche i paesi in cui l’istruzione rappresenta “monopolio di stato”, non si potranno più erogare fondi per il mantenimento dei servizi. I finanziamenti, infatti, potrebbero essere considerati “concorrenza sleale” nei confronti delle aziende private e di intralcio al libero commercio. Nel peggiore dei casi tali fondi potrebbero essere affidati ai vari fornitori che inevitabilmente finiranno per privatizzare le istituzioni scolastiche introducendo nuove imposte. In tal modo sarà impossibile per gli studenti intraprendere un percorso formativo adeguato alle proprie capacità, facendo dipendere ciò dalla capacità delle famiglie di sostenere le tasse scolastiche e universitarie.
Notevoli poi saranno le difficoltà nell’ambito dell’insegnamento. Finiremo per essere costretti a studiare nozioni e teorie che siano soltanto in linea con le esigenze del libero mercato: lo studente non potrà più essere protagonista del suo percorso formativo, ma rischierà di essere ridotto a prodotto “preconfezionato” da esporre sullo scaffale di una società libero-estremista.
Chiediamo quindi ai governi che sostengono i GATS di escludere da ogni tipo di accordo lobbysta un servizio fondamentale per la crescita culturale e sociale della società e del mondo qual'è l'struzione.
Riforma Moratti: Bocciata!!!
Il 17 novembre scendiamo in piazza per chiedere l’abrogazione delle riforme Moratti e dei suoi decreti, incapaci di trovare rimedio al malessere della nostra scuola. Tante, troppe le incongruenze fra le proposte-pretese del ministro e le reali condizioni del sistema finanziario e formativo italiano. Sul settimanale “Il Venerdì” in allegato al quotidiano Repubblica, preoccupanti erano ad esempio i dubbi di una famiglia romana impegnata nella compilazione del cosiddetto Portfolio delle conoscenze, un vero e proprio identikit dell’allievo da compilare secondo appositi quesiti che, il più delle volte, coinvolgono ambiti della vita estremamente privati. Emblematiche le perplessità dei due genitori nel chiedersi ad esempio se “gioverà a nostro figlio sostenere che mangia frutta e verdura piuttosto che pane e mortadella”.
Per non parlare poi, da un punto di vista ancora più tecnico-didattico delle cosiddette tre “I”, presunti cardini della nuova riforma scolastica.
“I” come Inglese.
L’articolo proposto da Il Venerdì riporta problemi derivanti dalle nuove disposizioni in materia di insegnamento della lingua straniera. La riforma affianca all’insegnamento della lingua inglese, una seconda lingua straniera attraverso la riduzione da tre ad una e quaranta le ore e dedicando il resto all’altra lingua.
“Ora, a parte la difficoltà dei quaranta minuti, si riduce l’orario dell’inglese”. Inoltre, quasi mai si attua il secondo insegnamento, perché i professori capaci di realizzarlo non ci sono. Lo stesso vale per l’inglese alle elementari. Qui però, il problema è di altra natura: al seguito del taglio degli insegnanti nelle scuole di primo grado, manca personale sufficiente e soprattutto qualificato ad assolvere a tale compito.
Addirittura nei giorni scorsi si era parlato di insegnamento “fatto in casa” proposto dal ministro delle finanze Siniscalco il quale a seguito delle numerose difficoltà finanziare in cui verte oggi l’Italia ha affermato: “L’insegnamento della lingua straniera nella scuola primaria deve essere affidato ad insegnanti che già esercitano nelle scuole e che dimostrano di avere basi minime di conoscenze in quest’ambito”.
“I” come Informatica.
Cosa dire dell’altra “I”, l’informatica? Prosegue l’articolo del Venerdì. Quasi tutti, se non la praticano, si limitano alla teoria. I computer non sempre ci sono e, se ci sono, spesso mancano i tecnici per farli funzionare e “molti, se non, numerosissimi docenti non sanno utilizzarli” aggiungiamo noi.
“I” come “I conti non tornano”.
Infine il tema della finanza scolastica. L’Italia, riporta un documento presentato dall’Unione degli Studenti, non fa passi avanti nell’investire sul sistema pubblico d’istruzione tant’è che in rapporto al Pil, la percentuale d’investimenti rimane costantemente al disotto della media europea.
Gli unici investimenti straordinari sono diretti, come ormai sappiamo, agli iscritti di istituti privati (oltre 190milioni di euro fino al 2006) oltre ai 527 già previsti dal ministero. Intanto, per le scuole pubbliche, la situazione è sempre più drammatica. In molte scuole stanno scomparendo anche i normali corsi di recupero. I miseri investimenti ministeriali per le borse di studio che vengono distribuiti alle regioni e poi infine agli enti locali, non servono a coprire il reale fabbisogno di noi studenti.
Si chiede quindi ai governi di impegnarsi concretamente ad investire nel sapere, garantendo agli studenti sconti e gratuità sui consumi culturali di vario genere dall’accesso ai musei, mostre, teatri, biblioteche fino all’abbattimento dell’IVA sui libri e musica. Inoltre, si chiede l’abbattimento delle tasse scolastiche per le fasce più deboli della popolazione, almeno fino al termine delle scuole medie superiori ed infine, cosa più importante, la riduzione degli investimenti nella scuola privata incentivando invece il progresso dell’istruzione pubblica.
UDS: studenti in piazza in oltre 80 città italiane.
Saranno oltre 80 le città italiane (tra queste Roma, Milano, Torino, Firenze, Napoli, Palermo, Bari, Trento, Trieste, Catanzaro) dove il 17 novembre l'Uds e l'Udu scenderanno in piazza. Decine di manifestazioni anche nel resto del mondo, a Cuba, in India, in Brasile e in 11 paesi d’Europa.