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Free Burma!
domenica, 31 dicembre 2006

A volte il mondo può fare a meno di un uomo.

Ci sono delle circostanze in cui il mondo può fare a meno di un uomo. Saddam è stato impiccato, e per le migliaia di sciiti e curdi da lui trucidati a soffiate di gas nervino e colpi kalashnikov, sulla base del diritto irakeno, giustizia è stata fatta. Aborro le parole dei tanti che nelle scorse ore hanno chiesto la clemenza per il tiranno, siamo realisti: Saddam Hussein per anni è stato l’aguzzino di curdi e sciiti.
Ma è stato anche il Saddam solo, nascosto in un bunker sotterraneo stanato dagli americani e mostrato come un trofeo in mondovisione stanco e vulnerabile.

Per quanto si possa, e si voglia mettere in discussione la legittimità del collegio inquisitorio, i crimini restano. Guardo con sdegno alla pena di morte, ma guardo con piacere all’applicazione del massimo della pena prevista da un ordinamento per una serie di delitti di portata spaventosa.
Il suo processo è stato quello più seguito degli ultimi anni, forse uno fra i più conosciuti della storia e politica o no, Saddam andava processato e condannato senza alcuna attenuante. Il mondo si è liberato di un tiranno sanguinario che per anni ha tenuto sotto l’ala della morte milioni di persone.

Mussolini è stato fatto fuori con la sua stessa arma, la violenza e le fucilazioni: esposto in piazzale Loreto come il trofeo dell’Italia martoriata dal Ventennio fascista. Hitler sarebbe stato processato a Norimberga, e probabile, avrebbe fatto la stessa fine del suo fido alleato italiano se non si fosse tolto la vita.
Le dittature ed i regimi oppressivi hanno i loro tragici finali. E’ la loro storia.
La fine di Saddam per quanto possa preoccupare per il rinvigorirsi delle rappresaglie ed il rischio di attentati, chiude un’epoca. Vi invito a prendere visione del filmato qui sotto proposto per realizzare la portata delle sue barbarie: sfido chiunque a non pensare “lo voglio morto”.
Quindi si cerchi di non tirare in ballo la morale.
L’osteggiare questo moralismo che sa solo di antiamericano lo rifiuto.

Come alcuni hanno detto, sarebbe stato meglio farlo fuori in occasione della sua cattura, giustificando la sua morte con uno scontro a fuoco mai avvenuto. Magari già da allora il capitolo Hussein sarebbe stato chiuso, e con una fine sul campo di battaglia, presi in contropiede i suoi ancora fervidi sostenitori, il corso storico cui si è assistito dal suo arresto sarebbe stato diverso.
Probabilmente non si sarebbero accese le polemiche di oggi, pur se la morte del tiranno fosse stata raccontata come il frutto di un conflitto a fuoco.
Sono ipotesi assurde, ne sono cosciente.

Le immagini che hanno preceduto la sua impiccagione erano toccanti, si trattava in ogni caso della vita di un uomo. Per un attimo ho provato l’orrore per quel che si stava compiendo. Ma le sue mani si detergevano in un fiume di sangue. E’ bene, che il massimo della pena sia stato applicato.

** Se non visualizzi il video, puoi liberamente effettuare il download.



giovedì, 28 dicembre 2006

E' il caos nel Corno d'Africa

A Mogadiscio la situazione si fa ancora più insostenibile.
Le forze governative stanno avanzando da nord dopo aver preso il controllo della città di Balad e di Afgoye. Per poi spingersi verso ovest occupando l’aereoporto di Baledogle, il più importante scalo del Paese.
Ora l’unico modo per raggiungere la capitale è una strada a sud lungo la costa oceanica, ancora occupata dalle milizie islamiche.

All’interno della città è il caos. Le milizie delle Corti Islamiche si stanno smembrando dopo mesi di avanzare verso i luoghi del potere somalo e dopo la dichiarazione di una jihad al governo ed ai caschi blu in procinto di raggiungere il Corno d’Africa nelle prossime settimane.

Molti giovani che foraggiavano fino a qualche giorno fa le forze armate islamiche hanno messo via le uniformi e riorganizzato i clan locali riversatisi nelle strade per prendere il controllo di Mogadiscio. Alcune basi delle Corti Islamiche sono state saccheggiate, e gli edifici degli ufficiali occupati dai nuovi gruppi che stanno contendendosi il controllo dei quartieri della prima città somala.

Mentre a nord di Mogadiscio i rivoltosi si preparano allo scontro con le truppe governative, in centinaia stanno abbandonando il sud per l’imminente, quasi probabile, massacro. La situazione della popolazione civile si aggrava per il bisogno di beni di prima necessità.

Le Corti Islamiche hanno invaso Mogadiscio a giugno proseguendo da lì all’occupazione di molte aree meridionali del Paese, spesso senza spargimenti di sangue. Un’inversione di tendenza si è registrata a partire da domenica, quando rinforzi etiopi alle milizie governative sono giunti al confine per sostenere l’esecutivo somalo.

La preoccupazione, tuttavia, è estremamente forte. Mentre i leaders del movimento islamico lo negano, ci sono indizi che portano al reclutamento di combattenti stranieri giunti un po’ da tutto il Continente. Ora, il divampare degli scontri fra clan non può che acuire i toni della crisi.

La complessa rivalità dei clan, è un elemento fondante la secolare identità politica della Somalia. E’ proprio a causa di questi scontri che il Paese non ha ancora un governo effettivo dal 1991.

Due anni fa le Nazioni Unite hanno cercato la mediazione per l’organizzazione di un governo provvisorio: ma la mancanza di autorità e l’aspra rivalità tra i clan ha indebolito i propositi.

- Guerra nel Corno d'Africa


martedì, 26 dicembre 2006

2006: un anno nero per l'Africa

L'ONU rivela i dati sulle difficoltà infantili in Africa per il 2006. Un anno di tragedia e speranza, tra fame aids e scontri armati.L’Africa ha il record per la mortalità infantile. Inoltre ha il record per la più bassa per l’aspettativa di vita dei neonati. Le statistiche disegnano un quadro crudele su cosa significa essere bambino nel continente nero.

Negli anni passati i piccoli sono stati vittime di conflitti, uccisi, violentati e deportati. Tuttavia, malgrado questo inquietante scenario, emergono alcuni lumi di speranza.

Il Children’s Fund dell’ONU ritiene il dramma infantile in Africa un collage di buone e cattive notizie, con prevalenza di quelle cattive. E’ un anno quello che si chiude terribile per i più piccoli. L’area più disastrata è il Corno D’Africa.
Oltre un milione e mezzo di persone sono state colpite da inondazioni in Kenya, Etiopia e Somalia.

Mentre nelle ricche e sviluppate metropoli di milioni di persone festeggiano il Natale, tre milioni di persone stanno perendo per la fame in Africa. Un terzo di questi appartiene al target dei giovani under 18. Il dilagare dell’AIDS sta facendo numerose le vittime come numerosi gli orfani.
Dalla fine del 2005, 12 milioni di bambini dell’Africa Sub Sahariana sono privi di almeno un genitore a causa dell’AIDS. Nel Darfur si è persa traccia di migliaia di bambini con ogni probabilità vittime di omicidi, violenze, o alla meglio arruolati nei corpi armati.

Quelli che sono riusciti a trovare un rifugio vivono in condizioni disastrose, nel bisogno di assistenza per lenire la loro naturale vulnerabilità, dovuta alla età infantile e alle difficoltà addizionali.

Dopo la tragedia, tuttavia, emergono alcuni dati confortanti. In alcune aree colpite da conflitti è tornato uno scampolo di stabilità, e dopo anni migliaia di esiliati e rifugiati hanno raggiunto quel che è rimasto delle loro case. Circa 90mila rifugiati hanno fatto ritorno nel Sudan ed in 400mila si sono ritrovati in Liberia.
Nella Repubblica Democratica del Congo è tornata la pace, così come in Angola.

Tuttavia restano altri dati sconcertanti: in una zona così difficile come l’Africa Sub Sahariana, 1.2 milioni di piccoli sono morti prima del mese di vita, ma 800mila sono stati salvati grazie ai medicinali ed all’assistenza medica ricevuta. Molte donne sono state sottoposte a cure antitetano al fine di prevenire il tetano ai nati e così incentivare le aspettative di vita dei più piccoli.

Curando le forme di infezione ed educando le madri alla cura della propria igiene si riesce a migliorare le condizioni sanitarie. Tuttavia le risorse economiche per questo tipo di interventi sono troppo scarse. 1.39 dollari USA pro capite ovvero un miliardo di dollari per risolvere i problemi di un intero continente.