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Free Burma!
domenica, 30 aprile 2006

The pizzini brothers.

C’è qualcuno che nelle ultime 24 ore si sta dannando sulla questione dei pizzini di Palazzo Madama.
Eletto Franco Marini con un discreto margine di vantaggio su Andreotti, è partita la carica dei sospetti e dei retroscena sul terzo scrutinio che nel primo pomeriggio di ieri ha assegnato un degno rappresentante al Senato della Repubblica. Senza omettere un omaggio al più che mai vivo Fausto Bertinotti che ha coronato il successo elettorale dell’Unione con un discorso fitto di memorie che si perdono nell’articolato della nostra Carta Costituzionale ahimè troppo spesso oggetto di tentativi di stralcio.

Li hanno definiti “pizzini”, la nuova moda della messaggeria politica. Chi vuol tirare una minaccia lancia nell’urna la scheda con un messaggio criptato e fa capire a chi sta dall’altra parte dei banchi “io ci sono, preparami una poltrona al governo, alla RAI, nelle commissioni. Vedi cosa puoi fare, altrimenti salta tutto”.
Questa la visione dei destrioti ed alcuni ingenui sinistri.
I numeri ed i sondaggi dei giorni scorsi sul toto Andreotti-Marini (c’è qualcuno che se ne dimentica volontariamente!), dicono che la storia dei pizzini è tutt’altro che fondata.

I Pizzini di Palazzo Madama per l'elezione della presidenza del Senato sono l'ennesima invenzione della CDL che al suo interno, stando ai numeri, ha ben 3 franchi tiratori.

Al terzo scrutinio di ieri mattina hanno preso parte tutti e 322 i senatori della Repubblica: quelli eletti il 9-10 aprile, i senatori a vita, ed i senatori di diritto a vita.
Fino al giorno prima i sondaggi erano a favore di Franco Marini, ma in proporzione all’effettivo verdetto: consideriamo i 158 senatori dell’Unione che teoricamente hanno optato per l’ex sindacalista, sommiamo almeno 4 decani di Palazzo Madama (Levi Montalcini, Scalfaro, Colombo, Cossiga) siamo a quota 162.
E cioè il quorum minimo richiesto per accedere alla seconda carica dello Stato.

Sapendo che Franco Marini ha messo in saccoccia ben 165 voti: dove nasce la storia dei “pizzini di Palazzo Madama”? Non credo qualcuno abbia votato due volte, né credo che abbia votato qualche commesso o questore! Escludo categoricamente il voto di chi sedeva in tribuna ospiti (Pannella ad es. è stato portato via per il secondo giorno consecutivo!). Ciò che a destra dovrebbero chiedersi è: chi sono i Nostri franchi tiratori?

Altro che pizzini, messaggini, sms parlamentari, minacce criptate! A destra qualcuno ha voltato le spalle a Berlusconi e a tutta la coalizione! Ma nessuno da quelle parti spiffera il benché minimo sospetto, cercando di non guastare agli occhi dell’elettorato la compattezza (a mio avviso un’altra favola) che per cinque anni li ha contraddistinti. Purtroppo, non appena finito il tumulto, i giochi sono cambiati.
Le logiche di partito e le convenienze cominciano a venire a galla, e presto o tardi la CDL si sfalderà e ne rimarrà soltanto il relitto. Ora si parla di partito unico per tentare di mantenere salda l’alleanza, ma quando il 25 giugno (spero per il bene della Costituzione e dell’Italia!) giungerà l’ennesima batosta la scissione sarà tanto veloce che neanche i più fedeli sostenitori del centrodestra riusciranno a convincersene.

Lo scoop della giornata.

Parallelamente all’elezione dei presidenti delle Camere, visto l’ingorgo istituzionale di cui si è noiosamente parlato, c’è in gioco la presidenza della repubblica.
Quando da sinistra giunsero voci di eventuale scelta su Massimo D’Alema, sua Emittenza Silvio Berlusconi disse “con lui al Quirinale gli italiani scendono in piazza, sarebbe vergognoso un ex comunista alla presidenza della repubblica”.

E invece i fatti di Montecitorio ieri mattina dicono che il comunismo, forse, è soltanto un’ossessione del Cavaliere. Anche qui parlano i numeri. Il premio di maggioranza, come da legge elettorale è 340 seggi per la coalizione vincente.
Bertinotti ieri ha ottenuto ben 337 voti. D’Alema 100. I conti non tornano. Se l’anticomunismo è il vessillo della Casa delle Libertà, chi sono stati i 100 azzurri che han segnato il nome del presidente DS? “I comunisti bollivano i banbini””Il comunismo ha fatto 300.000.000 di vittime”… Da premiare è la coerenza di 140 deputati che hanno deciso di buttar giù scheda bianca, almeno per il resto della vita avranno un peso in meno sulle coscienze.

La faccia come il culo.


sabato, 29 aprile 2006

Fermiamo l'offensiva mediatica

L'uomo a una dimensione è oramai una realtà. Il mercato senza regole ha traformato il mondo in una giungla, nella quale, avvalendosi dello strumento mediatico per eccellenza, uomini ossessionati dalla cupidigia di potere si azzannano per guadagnare sempre più.
L'incessante bombardamento dei persuasori occulti assoldati dalla TV non ci dà il tempo di riflettere sul fatto che la brutalità del processo produttivo, per il quale si deve solo produrre e consumare, ha dato luogo alla disoccupazione di massa, alla precarietà della vita, all'indifferenza verso chi sta peggio di noi e all'angoscia esistenziale, di modo che continuiamo a sprofondare in uno stato di rassegnata aspettativa di un evento capace di prolungare all'infinito la situazione di finto benessere in cui viviamo.

Plagiati dagli spot pubblicitari, con cui le aziende cercano disperatamente di sbarazzarsi delle merci invendute, i giovani si sono convinti che per contare in società devono acquisire una serie di status symbol, come l'abito firmato, il superalcolico con lo stuzzichino, l'ostentata indifferenza nei confronti della collettività, con la conseguenza che la loro visione del mondo si fa ogni giorno più misera.

 

Non possiamo far finta di niente ancora per molto. Dobbiamo uscire dalla nostra ignavia, reagire a questa pulsione al quieto vivere che ci sta rovinando la vita. Ci dobbiamo rendere conto che ci hanno chiuso con le mani legate in una gabbia di luci, colori, musiche, slogan, menzogne, tecniche subliminali e immagini a doppio senso.
Il mercato senza regole è il nuovo dio e la TV è il suo profeta. Cacciamoli via e rimettiamo l'uomo, che la saggezza dei greci riteneva misura di tutte le cose, al centro della società.


Ennesimo (fallito) attentato alle istituzioni.

La mia giornata di ieri si è consumata davanti al televisore, fino a tarda notte. Ho seguito quasi tutta la diretta sul canale satellitare del Senato della Repubblica che a tratti ha destato grande orgoglio e senso di rispetto e difesa delle nostre istituzioni, in altri momenti mi ha lacerato.
Prima seduta pubblica, Presidente pro tempore Senatore Oscar Luigi Scalfaro. La solennità dell’apertura non poteva non spiccare un pensiero a quel popolo della Resistenza che lottò gettando la proprie vita agli invasori, pur di salvare quell’aula in cui a sessant’anni di distanza i senatori freschi di elezioni siederanno per tutto il corso della XV legislatura. E non può non giungere il pensiero ai tre militari italiani rimasti uccisi ed al quarto gravemente ferito in quel di Nassirya, che hanno posto il loro impegno in una guerra, più o meno giusta che sia, tenendo alto il vessilo nazionale.

Ieri si è consumato il più basso tentativo di delegittimazione delle istituzioni del Paese. L'elezione al Senato è stata ancora occasione per evidenziare il pessimo rispetto della destra per le più alte cariche e figure istituzionali italiane.

Uno Scalfaro in forma di prima mattina, pronto a tirar via Pannella insorto dalla tribuna ospiti con tanti auguri di un arrivederci alla XVI legislatura “quando sicuramente otterrà i voti necessari”. Uno Scalfaro testardo nel far notare alla rumorosa assemblea il rispetto che richiede la prima riunione del Parlamento rivolta alla formazione dell’ufficio di presidenza e al titolare del più alto scranno di Palazzo Madama.
Ma il prosieguo della giornata ha mostrato di non filare liscio come le prime battute. Confusione, chiacchiere applausi ed insulti occasionali. Tipici di una riunione parlamentare, ma non certo quando si tratta di votare per un Presidente sulla scorta di margini di rappresentanza così ridotti fra maggioranza ed opposizione.
Una confusione generale, che ha prodotto reazioni da parte dello stesso ex Capo dello Stato visibilmente irritato, tanto da sbattere con forza la campanella sul banco per richiedere l’attenzione dei colleghi. Quasi fosse davvero il primo giorno di scuola, come molti giornali titolavano.

Il momento più alto di questo subbuglio assembleare s’è naturalmente toccato alla disputa “Franco o Francesco? Valido o nullo?”. Prima la richiesta di dichiarare non superata la prova del voto né per Marini, né per Andreotti (che anche a mio modesto parere andava fatta, perché chi anagraficamente si chiama Franco, non può essere trascritto come Francesco e viceversa).

Poi le accuse nei confronti di Scalfaro, insulse e da balordi, sulla mancata lettura di una delle tre schede con impresso il nome di tal “Francesco Marini”.
Tentativo delegittimante da tutto il centro destra nei confronti del Presidente inutile ed ingiustificato dal momento che non a caso, di buon mattino è stata istituita un’apposita commissione che a norma di regolamento è tenuta a vigilare sul corretto svolgimento delle votazioni, ed incaricata del riconteggio delle preferenze espresse. Mentre chi presiede, è tenuto soltanto a dar lettura del resoconto finale.

Oscar Luigi Scalfaro ha dato prova del più alto senso di responsabilità istituzionale, rifiutando a norma di regolamento, di esprimere pareri ed indicazioni sui criteri di votazione

E qui c’è da soffermarsi, per evidenziare il senso di responsabilità offerto da Luigi Scalfaro quando, sebbene preso in qualche circostanza dalla moina dei parlamentaricchi che aveva attorno, ha rifiutato perentoriamente di esprimere qualsiasi parere o consiglio rispetto allo scontro interno fra scrutatori.

Il tentativo di delegittimazione non poteva mancare: quasi alle 2 di notte il ministro della giustizia in pectore Castelli invitava il Senatore a Vita a rivedere la sua presenza sull’alto scranno del Senato. Ancora sprazzi di delegittimazione inaccettabili e che si protraggono da quasi un mese da questa destra restia ad accettare le sconfitte. Con le unghie e con i denti s’è lottato per abbattere la maggioranza sull’esito delle politiche.
Ora si passa addirittura a mettere alla gogna padri della Patria.

Questi ominicchi che nulla hanno di che spartirsi con quelli che sono stati e sono ancora protagonisti della costruzione negli anni della democrazia italiana.
Lo scarso rispetto per le istituzioni è qualcosa che ormai ci si porta dietro da tempoi. Prima i giudici, poi il tentato scontro con il Capo dello Stato uscente, la guerra sui brogli, infine l’elezione del rappresentante più alto del Senato della Repubblica.

Cosa ne sanno di istituzione questi uomini piegati alle logiche di partito? Dagli ideali inverosimili che altro non hanno condotto che il Paese indietro di anni: promesse mai mantenute, barzellette, buffetti e battutine gettate qua e là per disseminare goliardia e distogliere la gente dalla quotidiana difficile realtà. Se questa è la classe dirigente che per i prossimi anni dovrà condurci, allora è necessario buttare tutti giù dal Palazzo e ridare al Paese il gene più vero delle sue istituzioni.