Verità Supposte.
Sabato sera, ho potuto assistere al concerto di Caparezza (lo conosceranno tutti solo per il suo gran successo "SONO FUORI DAL TUNNEL"). Mi aspettavo un tipo appena uscito dal tunnel, frastornato, addormentato. Un tipo niente arrosto in parole pratiche. Invece, tra un pezzo e l'altro, il CapaTanta ha lanciato dei bei messaggi, ricchi si sarcasmo ma d'impatto notevole. Mi ha stupito il modo di affiancare Alessandro Manzoni con i suoi promessi sposi e la storia di Costantino e Alessandra (la love story che impazzava su canale 5 tempo fa, per i meno informati!). "Ma se a noi non importa nemmeno Alessandro Manzoni, con la Storia di Renzo e Lucia...Che cosa può fregarci l'amore di Costantino & Alessandra?!"
Ma ciò che più di ogni altro discorso mi ha colpito, è stato il suo riferimento alla guerra preventiva "La parola preventiva, ha il significato di morte, violenza. PREVENIRE E' PEGGIO CHE CURARE!". Dopo quelle parole, è scattato un ragionamento banale, ma che prima non mi era mai passato tra gli ingranaggi della ragione. A scuola, al tempo dell'asilo, scuole elementari o giù di lì, ricordo il Natale, la Pasqua. Tutte celebrazioni per le quali la maestra era sempre pronta con un bigliettino per farci scrivere i pensierini, le prospettive per il mondo che ci aspettavamo arrivassero con queste ricorrenze. Benchè desideroso di scrivere un pensiero formulato, pensato, ragionato col mio cervellino ricordo la maestra invogliarmi a scrivere la retorica frasettina "Vorrei un mondo senza guerre!". Una dottrina, un'utopia che le mie insegnanti mi hanno, ci hanno inculcato da quando mordicchiavamo i giocattoli all'asilo. Ci hanno sempre detto che la guerra non è giusta, che porta solo violenza e distruzione. Non porta nulla di buono, che la guerra è cattiva. Al catechismo (tanto per entrare nel discorso religioso), mi hanno sempre insegnato che la guerra è contro la morale cristiana. Eppure oggi, c'è chi invece, al contrario della mia maestra continua a dire che la guerra è giusta, che i morti sono necessari, che le violenze sono altrettanto necessarie. Si fa guerra in nome di Dio, per Dio. Ci si fa saltare in aria come sacrificio per il creatore. Tante, troppe le contraddizioni fra il mondo infantile ed il mondo reale. Ma allora dico, che ci insegnano a fare la pace, quando poi c'è qualche potente, strapotente, stramiliardario che vuole insegnarci a fare la guerra e quando, paradossalmente, anche a lui è stato detto che la guerra è cattiva, è inutile, è violenta?!
Archeologia: la grande rapina irakena.
Quando l'ultimo elicottero si leverà in volo dal tetto della più grande ambasciata degli Stati Uniti nel mondo il tragico bilancio di una guerra sanguinosa e dissennata registrerà solo un dato positivo: positivo non certo per l'Iraq e per l'umanità tutta, ma per i saccheggiatori del patrimonio archeologico di questo paese, per gli antiquari e i mercanti d'arte disonesti, per i grandi musei della Repubblica stellata.
Vera o falsa, la notizia del sequestro di reperti archeologici su un automezzo del contingente italiano a Nassiriya è ben poca cosa di fronte alle dimensioni di una rapina che ha fatto già impallidire la memoria storica di quella napoleonica o dell'altra perpetrata in Italia tra l'800 e il '900 dai "baroni ladri" Usa. I capolavori trafugati della civiltà sumera e assiro babilonese sono ormai oggetto di accanita trattativa privata tra i grandi antiquari della 57ma strada di New York, a Bruxelles e a Londra, ma le cosiddette opere minori, come i sigilli cilindrici e le tavolette a caratteri cuneiformi dell'era sumera fanno bella mostra di sé nelle vetrine del Sablon, di St. James e della seconda Avenue: a nulla sono serviti gli allarmati appelli dell'Unesco e dei più insigni storici d'arte antica riuniti a convegno pochi mesi fa a Bruxelles, a nulla l'azione di contrasto condotta dal ministro giordano per le antichità Fawas Khreisheh che ha tra l'altro dato notizia del ricorrente sequestro sulla frontiera con l'Iraq di reperti rinvenuti nelle valigie di giornalisti americani, inglesi, belgi e italiani. Anche le nostre denunce nel parlamento europeo hanno cozzato contro l'indifferenza della signora Viviane Reading, la più insipiente dei commissari alla cultura nell'intera storia dell'Unione.
E' pur vero che subito dopo il clamore provocato dal saccheggio, sotto gli occhi dei marines, del museo nazionale di Baghdad l'Fbi si era dato da fare, sequestrando ad esempio nel porto di Napoli l'intero carico archeologico di una nave da 9mila tonnellate proveniente dal Kuwait. Ma negli ultimi otto mesi l'ente investigativo federale è stato costretto ad occuparsi di ben altro.
Cosa si può dire poi dell'azione di tutela e restauro affidata a cinque carabinieri e agli archeologi Giovanni Pettinato e Giuseppe Proietti, un'azione rivendicata con orgoglio in Parlamento dal ministro Urbani che aveva tra l'altro esaltato l'opera di un nostro plenipotenziario presso le truppe di occupazione, l'ambasciatore Pietro Cordone? Di questo nostro diplomatico possiamo solo riferire quanto riportato dall'Economist, che si è occupato principalmente della debaathificazione o epurazione degli addetti alla cultura irachena e poi dell'allestimento di una mostra itinerante di capolavori assiro babilonesi "presi in prestito" e destinata a circolare per le principali città degli Stati Uniti.
C'è da augurarsi che il suo successore, ambasciatore Mario Bondioli Osio possa fare di meglio anche se la crescente marea di sangue induce ad un marcato pessimismo.
Sono ormai mesi che l'amministrazione americana tace sull'argomento, ma anche se si pronunziasse raccoglierebbe poco credito. Della credibilità zero del presidente Bush scrive sul Washington Post Richard Cohen in un commento dal significativo titolo "consistentemente disconnesso". I fatti continuano a smentire nel giro di poche ore le parole del capo dell'esecutivo: nel suo discorso all'Accademia militare di Carlysle aveva sottolineato il successo della collaborazione tra le truppe americane e quelle irachene di nuova formazione a Falluja, ma l'agenzia stampa Associated Press riferisce che la cittadina irachena è diventata una "mini capitale islamica" controllata da una banda armata di fondamentalisti che non hanno nulla da invidiare ai "talebani dell'Afghanistan". L'accenno del presidente ai cosiddetti abusi sui detenuti da parte di "pochi soldati americani" sprofonda nelle rivelazioni su una pratica della tortura diffusa a innumerevoli reparti di militari operanti in Iraq ed autorizzata dai più alti vertici dell'amministrazione di Washington. L'annunciato intento di radere al suolo l'infame carcere di Abu Ghraib si rivela una fandonia retorica inventata all'ultimo momento perché, come evidenzia il New York Times, nessuno a Baghdad o negli Stati Uniti ha la minima idea di cosa si trattasse.
 Ora il ministro alla Giustizia John Ashcroft lancia l'ennesimo allarme su un attacco terroristico di Al Qaeda: non fornisce particolari di sorta ma allude furbescamente al possibile intento di ottenere lo stesso risultato dell'attentato di Madrid e cioè una crisi di governo e un ritiro delle truppe americane dall'Iraq. Gli tiene bordone il direttore dell'Fbi Robert S. Muller, lo stesso che nel 1989 al dicastero di giustizia ci invitò a desistere dal tentativo di ottenere il rimpatrio di Silvia Baraldini perché la detenuta italiana «sarebbe uscita da un penitenziario Usa solo con i piedi davanti». Ieri ha divulgato le fotografie di sette terroristi - due apparentemente morti - pronti a far saltare in aria la convenzione repubblicana di New York o qualche altro bersaglio grosso prima delle elezioni presidenziali di novembre. Scettici e polemici i commenti degli esponenti democratici che nelle allarmate dichiarazioni di Ashcroft e di Muller leggono solo manovre di bassa politica volte a puntellare le vacillanti fortune di George W. Bush, sceso a livelli preoccupanti nei sondaggi di opinione.
A proposito di democratici ritorna quanto mai calzante il vecchio adagio secondo cui se dovessero formare un plotone di esecuzione lo disporrebbero in circolo. Stanno litigando furiosamente sul quasi silenzio del loro candidato John Kerry in materia di guerra e di torture in Iraq: secondo alcuni democratici la sua titubanza è dovuta ad acume politico ed a spirito patriottico, secondo altri ad apatia morale ed a controproducente furbizia. La verità è che l'aristocratico senatore di Boston non è stato mai contrario all'impresa militare in corso, vorrebbe solo allargarne costi e sacrifici ad altri paesi alleati ed amici degli Stati Uniti d'America. Il che induce a meste considerazioni sulle alternative offerte alla terra dei liberi e alla patria dei coraggiosi.
di Lucio Manisco
Ranking "Libertà di Stampa", Italia 74a.
Nella graduatoria 2004 sulla libertà di stampa nel mondo compilata dall'organizzazione statunitense Freedom House, l'Italia si trova al 74° posto, dopo paesi come Giamaica (31°), Costa Rica (37°, Sloveni (41°), Cile (51°), Papua Nuova Guinea (58°), Uruguay (31°), Mali (63°), Israele (66°). La graduatoria è stata pubblicata insieme al Rapporto 2004 sulla libertà di stampa nel mondo, in cui l'Italia viene classificata come paese "parzialmente libero", retrocedendo rispetto al 2003 quando veniva ancora classificata come paese "libero".
La situazione in Europa dell'Ovest vede quindi 23 paesi classificati come liberi e solo 2 classificati come parzialmente liberi: l'Italia e la Turchia. Freedom House è un'organizzazione fondata oltre 60anni fa da Eleanor Roosvelt; il suo consiglio di amministrazione è attualmente presieduto da James Wooley, ex direttore della CIA e vede la presenza di noti conservatori USA come Zbigniew Brzezinski e Samuel Huntington.
Il 22 aprile 2004 il Parlamento Europeo ha approvato una relazione sui media in Europa che denuncia "i rischi di violazione nell'UE, e in particolare in Italia, della libertà di espressione e di informazione". Nal documento si afferma che "il sistema italiano presenta un'anomalia dovuta a una combinazione unica di poteri economico, politico e mediatico nelle mani di un solo uomo, l'attuale Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, Silvio Berlusconi, e al fatto che il governo italiano è, direttamente o indirettamente, in controllo di tutti i canali televisivi nazionali".
tratto da ParoleStorte.it
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